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Original text "Zmiana" written in PL by Joanna Gierak Onoszko,
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Maria Gaia Belli

Published in edition #2 2019-2023

Cambiamento

Translated from PL to IT by Giulio Scremin
Written in PL by Joanna Gierak Onoszko

«Voi prendete l’ascensore, io scendo per le scale» esclama il giovane dottore e si precipita giù facendo tre gradini alla volta. Non può non farcela.

Qualche settimana prima, la madre che aveva appena partorito si rivolse al pediatra: il bambino piangeva di continuo.

Alla prima visita si sentì dire: «Signora, gli dia da mangiare tutto in una volta, alla fine si calmerà».

Nel secondo ambulatorio le dissero: «Non è che una colica. Lei elimini i fritti, il suo latte migliorerà e il bambino smetterà di strillare così».

Nello studio privato il medico si mise soltanto a ridere: «Perché mai non dovrebbe piangere? È un neonato».

I pediatri erano tranquilli, ma il pianto del bambino era inarrestabile. Inoltre il piccolo iniziò a torcersi come un cornetto. Portò un braccio all’orecchio e piegò entrambe le gambe da un lato, come un pendolo fermo a mezz’aria.

«Non è niente. Il bambino riproduce la posizione della vita fetale» spiegò uno specialista.

«Sposti il lettino. Il bambino cerca la luce naturale. Mettetelo più vicino alla finestra e lui si distenderà da solo» consigliò un altro.

«Signora, perché continua a cercare problemi? Ha un marmocchio così meraviglioso e si lamenta sempre? Si rilassi, per favore» disse un terzo medico.

Non sono state riscontrate anomalie significative durante gli esami clinici – aggiungono alla cartella gli altri medici. Ma ogni volta che il bimbo viene preso in braccio urla.


* * *


Un giovedì, durante una passeggiata, la madre dà un’occhiata dentro la carrozzina e vede che il bambino improvvisamente storce notevolmente gli occhi. La donna corre all’ambulatorio più vicino, guardando continuamente il neonato. È convinta che sia confuso, che stia per perdere conoscenza, che sprofondi da qualche parte, perciò di tanto in tanto scuote la carrozzina e gli dà qualche buffetto sulla guancia per non farlo spegnere. I passanti si voltano a guardarla, ma nessuno reagisce.

All’ambulatorio, il piccolo sorride al medico e ed emette allegri versetti.

«Eppure reagisce a tutti gli stimoli, non si notano anomalie. Deve aver visto male signora. Forse dovrebbe dormire di più» suggerisce il dottore mentre apre gentilmente la porta per terminare la visita. In quel momento, ormai sulla soglia, gli occhi del bambino sorridente si incrociano di nuovo. La madre inizia a urlare così forte da far accorrere i medici degli studi vicini.

Qualcuno dice di chiamare un’ambulanza.

I soccorritori parlano un po’ tra loro, visitano. Uno di loro annuncia, come con indifferenza: «Accendiamo la sirena, ma lei non si preoccupi. Voglio solo evitare di finire di nuovo in questi ingorghi».

La madre sa che non è vero.

Al pronto soccorso si sente un piagnucolio. È un bambino, avrà sei o sette anni. I suoi genitori, silenziosi, abbracciano la sua schiena in preda agli spasmi.

«No, no. Non voglio. Papà, ti prego, non voglio. Farò il bravo, prometto. Non voglio stare qui di nuovo.» Vicino a loro passa una donna anziana. Sta trascinando una brandina in reparto, passerà un'altra notte accanto al lettino metallico della sua nipotina.

Nella sala d’attesa alcune donne voltano facce gonfie, alcuni uomini se le coprono con le mani.

I soccorritori chiamano il medico di turno.


* * *


La risonanza magnetica dura a lungo, e i diagnosti osservano con attenzione le immagini in bianco e nero che mostrano fetta per fetta la testa del bambino.

«Lo opereremo» dice il primario. «Lunedì, martedì al più tardi. Rimarrete qui in ospedale, organizzatevi quindi con il latte e dei sacchi a pelo.»

«Dovete firmare il consenso. Non potete non firmare il consenso.»

Nel reparto possono restare soltanto le madri. Quasi tutte hanno la pancia sporgente, hanno partorito da poco. Dormono una accanto all’altra nella cucina dell’ospedale. Dormono sul pavimento vicino a un secchio con avanzi di cibo.

Sono le pazienti di uno dei più moderni istituti sanitari d’Europa. I medici qui riportano in vita i bambini utilizzando tecnologie non disponibili altrove. Ma allo stesso tempo, in bagno, da tre settimane manca il sapone per i genitori.


* * *


Venerdì, già dal mattino, il bimbo è capriccioso e irritato. È stato a digiuno tutta la notte e ore sta aspettando la prossima visita che andrà aggiunta alla cartella clinica già gonfia. Singhiozza disperatamente, fino a iniziare a tossicchiare.

Tossisce, diventa cianotico, schiuma.

«Sta soffocando! Il mio bambino sta soffocando!» urla la madre uscendo nel corridoio.

L’infermiera passa a dare un’occhiata, e con un gesto della mano dice: «Gli è andato di traverso il tè, lo metta a pancia in giù e gli dia qualche pacca sulla schiena».

«Ma non gli ho dato nessun tè! Il mio bambino è a digiuno. Il mio bambino ha smesso di respirare!» L’infermiera corre a chiamare l’equipe di rianimazione. Nella stanza piombano alcuni uomini barbuti con una valigetta rossa e urlano a tutti di uscire immediatamente. Ma ora la madre grida loro che non va da nessuna parte perché nessuno le crede che il bimbo sta soffocando.

Qualcuno urla che serve un medico. È venerdì pomeriggio. Tutti i medici hanno già trasmesso i fogli di dimissioni, chiuso gli schedari e stanno tornando a casa. L’ospedale si sta svuotando.

Nella stanza entra di corsa un giovane dottore. Si blocca per due o tre secondi. Guarda il volto del bambino ed esclama:

«Codice rosso! Portatelo in sala operatoria. Immediatamente!».

I soccorritori sbloccano le ruote delle gambe metalliche del lettino del neonato e lo spingono in direzione degli ascensori. L’attesa in quel momento è lunga, perché a tutti i piani il personale sta finendo il turno e decine di persone si accodano all’uscita.

«Voi prendete l’ascensore, io scendo per le scale» dice il giovane medico e si precipita giù di qualche piano, dritto al blocco operatorio.


* * *


«Salutatelo» dice l’anestesista ai genitori nella stanza di preparazione dei pazienti. Attraverso la finestra della camera di equilibrio si vedono dozzine di persone in camice verde radunarsi sotto un’enorme lampada, avvolta in una pellicola facile da pulire.

«Domani. Oggi non ce l’ho fatta, il dottore è corso via dal reparto così velocemente» spiega la madre.

«Non il dottore. Saluti il bambino.»


* * *


Madre e padre non si muovono dal blocco operatorio. Premono regolarmente il tasto dell’interfono, ma la voce da dietro la porta continua a ripetere: operazione in corso.

Passa un’ora, ne passano due e dopo l’ennesimo squillo la voce si ferma per un istante. Alla fine dice: «Non sono autorizzata a questa conversazione. Andate in reparto a parlare con il medico.»

Dopo un messaggio del genere cosa ci si può aspettare?

Madre e padre bussano alla porta, ma non risponde nessuno. Girano la maniglia, dentro trovano il giovane dottore che ha operato.

Ha un aspetto diverso da quando era corso in sala operatoria. Sembra invecchiato di almeno dieci anni, è ingobbito. È grigio in faccia. Con visibile sforzo, sta appoggiato alla scrivania con i pugni, come se non avesse la forza di stare in piedi.

È un pugile battuto dopo un incontro.

«Ascoltate, è andato tutto bene. È vivo. Vedremo come procederà.»

Tuttavia, nei giorni successivi, non va per niente bene. Il bambino non si riprende. Non tende le manine, non vuole bere, è senza forze. Vomita ed è debole. Quando non opera, il giovane dottore va a sedersi accanto al lettino del piccolo. Stanco, si regge con le braccia alle sponde d’acciaio, lo sorveglia. Cambia farmaci, dosi e somministrazioni. Nessuna cura sembra funzionare, i parametri continuano a scendere.

Un giorno il dottore si mette ai piedi del lettino e inizia a trafficare sul sistema di bloccaggio. Solleva il fondo di qualche livello, in modo che ora il bambino sia steso a testa in giù con le gambe quasi contro la parete. Il dottore non guarda i monitor ma il viso del bambino, che subito si fa più caldo, roseo, vivo.


* * *


In un organismo giovane i processi di cicatrizzazione sono veloci. Le ferite si rimarginano bene, gli esiti si normalizzano e col tempo si può tornare a casa. Passano alcuni anni e la pancia della madre torna ad arrotondarsi.


* * *


Alla notizia della nuova gravidanza il medico curante si limita a dire: «Oh, cazzo».

Questa volta i medici prendono sul serio le preoccupazioni della madre. L’equipe che la visita è composta in tutto da nove persone. Durante le prime settimane nessuno si congratula con lei, sono tutti preoccupati. Si torcono le mani durante il pesante colloquio e il medico curante esclama:

«È un incubo. Lei signora è l’incubo di ogni dottore».

Durante le visite, sulla scrivania, accanto alla documentazione medica, è sempre pronto un bicchiere d’acqua e un pacchetto di fazzoletti. Nel corso dei nove mesi vengono effettuate molte visite per accrescere le probabilità che il secondo bambino nasca sano. Che stia bene, che tutto vada sempre bene.


* * *


Un saturimetro ticchetta in sottofondo, il metallo sferraglia. Poi un lungo silenzio, e i chirurghi bisbigliano qualcosa tra loro, si lamentano, brontolano fra sé e sé. Uno si sporge sulla pancia aperta della paziente, un altro le strapazza le budella. In questo modo questi due forti uomini fanno nascere un altro bambino.

Quando è tutto finito, un’infermiera mette una borsa del ghiaccio sulla pancia della madre. L’indice di Apgar viene compilato, ma i medici portano il bimbo in un’altra stanza per visitarlo in maniera più approfondita. E poi ridono del fatto che a volte si teme più del necessario.

Dopo alcuni giorni, le cartella clinica è spessa, ma molto ottimistica. Contiene lunghe colonne di risultati e un giudizio complessivo esauriente. Qualcuno ha inserito tra le varie carte un foglio di laboratorio poco appariscente, con un timbro ma senza alcun commento. Su di esso sono stati segnati alcuni titoli anticorpali. Accanto a un valore a tre cifre, qualcuno ha disegnato a penna una freccia verso l’alto.


* * *


Per la madre è sufficiente. Il medico dell’istituto all’inizio la tranquillizza:

«Sicuramente è una cosa di origine materna, questi valori dovrebbero scendere dopo il parto. Non si faccia prendere dal panico».

«Valori così sono impossibili, le condizioni cliniche del bambino li smentiscono».

E anche: «Signora, faccia ripetere subito gli esami».


* * *


Quella notte la madre sogna di trovarsi in spiaggia, all’orizzonte vede formarsi una grossa onda nera. Non ha via di scampo, può soltanto guardare l’onda avvicinarsi alla riva. La madre sa che si abbatterà da un momento all’altro. Si chiede con quanta forza.


* * *


È uguale a qualche anno prima, ma con un neonato e dottori diversi. Nei vari studi medici i genitori si sentono dire:

«Non c’è bisogno di estendere la diagnosi, questi risultati sono del tutto inattendibili».

«Ma si vede che il bambino non ha nulla».

«Non mi dica come devo procedere con il mio paziente».

La madre dunque non dice più nulla, ma telefona all’ospedale. A quello stesso ospedale dove un tempo lavorava quel giovane dottore che correva al lavoro.

Al pronto soccorso il medico di turno guarda i documenti, ma trova interessante soprattutto quel foglio poco appariscente. Ne fa molte copie, le porta ad altri dottori, chiama il laboratorio di farmacocinetica, dove possono preparare ricette in grado di rendere il trattamento il più efficace e il meno distruttivo possibile. E alla fine dice:

«Andate in reparto, vi faccio fare delle visite specialistiche, ma ancora prima che arrivino i risultati introdurremo dei trattamenti intensivi. Non avete tempo da perdere».


* * *


Il bambino entra in reparto, o meglio, sale sul ring. In quale categoria combatteranno questi neonati?

In questo reparto i dottori, o piuttosto le dottoresse, quando comunicano la diagnosi ai genitori, non sempre riescono a trattenere le lacrime.

I padri non si vergognano di piangere, perché le lacrime degli uomini adulti qui sono qualcosa di comune. I padri litigano con le infermiere del reparto perché vogliono anche loro dar da mangiare ai bambini, cambiarli e assisterli. «Signora, cerchi di capire, è anche mio figlio!»

Le madri al contrario piangono poco, sono piuttosto arrabbiate. Dormono dove capita, anche in bagno, o sul pavimento bagnato e sporco di sangue delle puerpere. Alcune mettono foglie di cavolo nei reggiseni, perché il loro succo lenisce i seni gonfi. Queste foglie devono prima essere spezzate con un batticarne. Le madri le battono con tale furia che un giorno rompono il ripiano della cucina del reparto.

Durante un ricovero ospedaliero le ore si trascinano, mentre le stagioni passano in fretta. I venerdì si trasformano facilmente in lunedì e i mercoledì si sovrappongono.

Uno di questi mercoledì la madre incontra in corridoio quel dottore che anni prima si era fiondato nel blocco operatorio. Gli tende la mano, vorrebbe dirgli così tante cose. Ma cosa dire a un uomo che sta correndo per salvare la vita a un bambino altrui?

«Ehi!» la saluta il dottore. «Mi ricordo di lei! Lei è la mamma di quel mio paziente che mi moriva ogni giorno.»


* * *


Tuttavia anche questo soggiorno in ospedale arriva alla fine, e la camera di equilibrio che conduce a uno o all’altro reparto si chiude definitivamente. Il tempo passato tra barriere metalliche, saturimetri, cavi e pompe per farmaci svanisce lentamente.

Ai vecchi ricordi i genitori ne sovrappongono di nuovi. Portano i figli in vacanza sempre più spesso e con maggior coraggio.

Quando pianificavano i viaggi, facevano sempre tappe in città famose per le loro attrazioni turistiche e con gli ospedali pediatrici con le migliori referenze. Nei viaggi all’estero portavano sempre con sé i referti più importanti tradotti e plastificati, oltre ai dischetti con gli screening. Quando incontravano un nuovo pediatria, facevano battute e non raccontavano subito tutta la loro storia. Giocavano con lui a poker, trattenendo le cartelle del paziente. Poi erano contenti che il medico non immaginasse tutte le battaglie che avevano affrontato.

Il tempo passò, i bambini diventarono più alti dei genitori, e loro invecchiarono con calma e tranquillità.

Un giorno la madre incontrò di nuovo il medico che in passato scendeva i gradini a due a due per arrivare in tempo al blocco operatorio. Da quel venerdì pomeriggio erano passati più di dieci anni e il dottore continuava a guarire i bambini che nessun altro riusciva a salvare.

Solo che adesso non era più giovane. Si era ingrigito, rimpicciolito, era invecchiato.

La cosa la sorprese molto. Ha sempre davanti agli occhi quel momento in cui il medico si precipita giù per le scale. Corre per trattenere in vita un altro bambino. Può ancora farcela.

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