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Maria Gaia Belli

Published in edition #2 2019-2023

Cambiamento: la voce delle donne

Translated from PL to IT by Giulio Scremin
Written in PL by Aleksandra Lipczak

28 novembre 2020, un mese dopo che la politicizzata Corte Costituzionale ha dichiarato illegale l’aborto in Polonia. Magda Dropek, una delle organizzatrici delle proteste delle donne a Cracovia, ha pubblicato su Facebook questo post:

“In tutti questi anni di supporto alle proteste di piazza, di una cosa ero sicura: non sono capace di gridare, urlare slogan; sono troppo confusionaria per parlare con scioltezza seguendo un filo logico. Per questo ho sempre preferito riversare i miei pensieri sulla carta o su uno schermo, con la scrittura, con una comunicazione senza voce. È la mia voce, ma non la sopporto.

Nelle ultime settimane grido come non mai, da dentro, dalle viscere, dal diaframma, dal cuore e dalla testa. Sto recuperando la mia voce e la sua potenza, e credo che non sia mai stato così bello. Urlo e non me ne vergogno, anche se mi sembra che tutti dicano sempre cose intelligenti e io non ne sia capace”.

Questo è solo uno delle decine di post sulle proteste che leggevo tutti i giorni e qualche volta io stessa scrivevo. Ma questo mi aveva fatto una profonda impressione. Probabilmente perché qualche giorno prima, in un nebbioso pomeriggio di novembre, io stessa ho sentito il mio urlo in piazza.

Faceva parte di un coro di molte migliaia di persone, ma allo stesso tempo era individuale, unico. Abbastanza alto ma non così forte come avrei voluto, anche se ho fatto del mio meglio. Era un urlo colmo di rabbia, di furia viscerale, ma anche di una sorta di disperazione e sconforto, che si manifestava con voce rotta, rauca, a volte stridula.

In risposta a quanto avevano fatto i politici di destra che governano la Polonia e le organizzazioni ultracattoliche che li sostengono, la voce abituata piuttosto alla moderazione in pubblico e all’eloquenza, la voce di una donna che partecipa ai dibattiti, di un’autrice empatica e madre di un bambino di tre anni, ruggiva nel pieno centro di Cracovia, insieme ad altre migliaia di voci: «Vaffanculo!».

C’era forza in quella voce e in quelle voci. La sensazione che il loro suono avrebbe fatto crollare i vecchi caseggiati, e noi di fatto stavamo ormai camminando tra le macerie di qualcosa che non sarebbe più stato lo stesso. Così è stato, ma questa descrizione non è del tutto esatta.

“Ruggire” è un verbo che fa pensare piuttosto alla sfera dei suoni maschili, alle voci profonde e potenti dei tifosi. Dunque cosa facevano esattamente in piazza le nostre voci “femminili”? Squittivano?

*

“Che suono ha la democrazia?”, chiede nel suo articolo l’antropologa Laura Kunreuther, e risponde: quello dei discorsi politici, delle urla dei manifestanti, delle liti in parlamento e degli accesi dibattiti nei caffè e nei salotti.

Che suono ha la rivoluzione delle donne?

Per ricordarmelo, poiché dalle ultime manifestazioni sono passati quasi tre mesi, accendo la registrazione della manifestazione di Katowice dell’anno scorso, quella pubblicata da Tomasz Pizio nell’album “Piekło kobiet” (L’inferno delle donne).

Un coro di “vaffanculo”. Risate, schiamazzi. I comunicati della polizia (“Attenzione, attenzione! La polizia informa. Siamo in stato di emergenza pandemica. Sono vietati gli assembramenti”), a volume così alto che coprono quasi del tutto gli interventi dei relatori. Nonostante questo, a imporsi è l’urlo collettivo. Ma dopo un po’ che lo si ascolta, quando le prime emozioni più intense si sono ormai placate, la sua potenza è sconvolgente.

Così come sono sconvolgenti le immagini provenienti da Szczecinek, una cittadina nella Polonia nord-occidentale, che illustrano alla perfezione ciò che la studiosa femminista Agnieszka Graff ha definito come il rifiuto del “Grande Compromesso” tra Stato e Chiesa su cui è stata fondata l’identità polacca a partire dal 1989. Nel video si vede un gruppo di ragazze adolescenti in semicerchio intorno a un prete che tenta di parlare con loro le quali, in tutta risposta, coprono la voce del prete con un grido, o piuttosto con uno strillo acuto: «Vaffanculo! Vaffanculo».

Lo stupore che genera questa scena, vista qualche mese dopo, è in fondo comprensibile. Nel momento in cui una ragazza, una donna, sente il proprio urlo in piazza, sta lanciando una sfida non solo a Jarosław Kaczyński, presidente del partito di governo Diritto e Giustizia, ma anche a:

Aristotele: “La voce acuta della donna è una prova delle sue inclinazioni malvagie, poiché le creature giuste e coraggiose (i leoni, i tori, i galli e gli uomini) hanno voci potenti e profonde”.

Solone: “Il silenzio è l’universo delle donne”.

San Paolo: “Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo”.

Gli antichi Greci ritenevano che l’apertura della bocca da parte della donna fosse paragonabile alla perturbazione dell’ordine cosmico. Nella cultura antica le donne non erano ritenute idonee alla sophrosyne, ovvero alla moderazione, al controllo su di sé, al ritegno. Il loro parlare era percepito come disordinato e chiassoso. La poetessa e filologa classica Anne Carson, che nel suo saggio The gender of sound ha raccolto antichi esempi di come le donne venissero messe a tacere, riassume così: la donna era un’entità “fallata”, che rivelava cose ed emozioni che sarebbero dovute rimanere all’interno. Un’altra studiosa della cultura antica, Mary Beard, nel suo libro Donne e potere, ricorda, successivamente, che il primo esempio di donna messa a tacere da un uomo nella letteratura occidentale è nell’Odissea, nella scena in cui Telemaco ordina a Penelope di stare zitta: “O Madre mia […], Or tu risali/nelle tue stanze, ed ai lavori tuoi,/spola e conocchia, intendi […]. Il favellar tra gli uomini assembrati /Cura è dell'uomo […]”.

Gli inglesi del tardo medioevo presero poi letteralmente a cuore la faccenda dell’imposizione del silenzio alle donne. Inventarono la “briglia della comare”, uno strumento di tortura che veniva messo sul viso e immobilizzava la lingua delle donne che osavano prendere parola in pubblico.

Per far star zitte le donne sono stati impiegati tali sforzi che è veramente singolare il fatto che ci facciamo ancora sentire.

Per non parlare dell’urlo. L’artista franco-polacca Margot Sputo, nell’ambito di un progetto denominato “CRI-ON-CRI-OFF” (Urlo on-urlo off), ha aperto le porte del suo atelier ad alcune donne e le ha fotografate mentre urlavano.

«All’inizio fotografavo anche gli uomini», mi ha detto qualche anno fa. «Solo che loro stavano dritti in piedi e gridavano come se volessero dimostrare qualcosa, marcare il territorio. Nell’urlo delle donne c’era qualcosa di più profondo. Per molte l’urlo era una liberazione. Dicevano: sono furiosa, è molto tempo che sogno di urlare. Ad alcune tornavano alla mente ricordi pesanti, altre urlavano per sfogare la propria rabbia o esprimere il proprio dissenso. C’erano anche donne che non erano in grado di urlare. Ma quel silenzio era una grande prova, a volte perfino più grande dell’urlo stesso.»

*

«Com’era?» chiedo a Magda Dropek, attivista LGBT e una delle leader delle proteste delle donne a Cracovia, dal cui post è iniziata la mia riflessione sul cambiamento del rapporto con la propria voce come effetto collaterale della rivoluzione.

«Com’era la mia voce prima? Non c’era», dice quando ci incontriamo un pomeriggio di maggio in un caffè di Cracovia. «Non prendevo la parola nemmeno ai cortei del Pride, nonostante per anni abbia contribuito a organizzarli. Parlavo sempre a voce molto bassa, piena di vergogna. Se ci fossimo incontrate due o tre anni fa, probabilmente per sentirmi avresti dovuto sempre tendere l’orecchio.»

Non devo farlo, pur trovandoci a ridosso di una via trafficata la sento bene.

«Ho capito che quanto scritto non avrà mai la stessa potenza di una persona che urla» mi spiega Magda. «Ma il fatto di aver cominciato a parlare in pubblico non è che parte di un processo più grande. Da bambina ero un maschiaccio. Facevo a botte coi maschi, mi arrampicavo sugli alberi e gridavo sotto casa. Con la scuola è iniziato il processo di socializzazione: dovevo comportarmi da signorina, in maniera calma ed educata. Per gran parte della mia vita ho agito nelle retrovie, supportando gli altri. Spesso i ragazzi mettevano il proprio nome sui miei lavori, è la solita storia. Poi due anni fa ho deciso di entrare in politica, iniziando dalle elezioni parlamentari. L’ho fatto per dare visibilità alle tematiche LGBT. Per lo stesso motivo ho anche cominciato a prendere la parola durante le manifestazioni. Mi sono resa conto che queste tematiche non avranno mai visibilità se io stessa rimango invisibile. Ho cominciato quindi a ritagliarmi il mio spazio per dire quello che volevo.

«All’inizio la mia voce rauca, stridula e brutta lottava innanzitutto per esistere» racconta Magda. «Per me era letteralmente una battaglia del diaframma, anzi, di tutto il corpo. Poi qualcosa è cambiato. Un bel giorno, riguardando il video di una manifestazione, mi sono resa conto che le persone parlavano e parlavano, e poi entravo io e urlavo. Una persona a me cara, che non vedevo da due anni, dopo aver visto il mio discorso su Internet mi ha chiesto: che è successo alla tua voce che è diventata così sonora?

Alcuni dati sulla voce delle donne: in media è un’ottava più acuta della voce degli uomini. È una questione di testosterone e del maggior spessore e maggiore lunghezza delle corde vocali di questi ultimi, ma è anche questione di cultura e abitudine. Si comporta così anche nei neonati, che balbettano con le madri in tono più alto rispetto a quello che utilizzano con i padri.

La voce delle donne si evolve: cambia e si abbassa dopo la nascita di un figlio, con l’età o in base all’epoca storica. Le abitanti dell’Occidente oggigiorno parlano con un tono di voce più basso rispetto alle loro madri o nonne degli anni Sessanta del XX secolo. Gli esperti lo spiegano con la maggiore autorevolezza che in generale suscita un tono di voce basso.

Un tale cambiamento, che ha interessato la società per decenni, lo ha accelerato nel proprio corpo Margaret Thatcher. Questa donna, che in gioventù parlava con voce alta, quasi stridula, attraverso la formazione intensiva in quanto prima ministra del Regno Unito, ben presto comincia a usare un grottesco tono baritonale, l’unico tono di voce degno di una leader che i suoi consiglieri prendevano in considerazione.

L’avversione interiorizzata per i toni alti sembra un’altra minitrappola che il patriarcato tende alle donne.

«Cosa mi dici di questa voce stridula?» chiedo a Basia Ciemięga, studiosa delle culture e autrice dei seminari Głos Kobiety (La voce della donna).

«Non mi piace pensare che esista un tipo di voce “corretto”» mi spiega Basia in un incontro su Zoom. «Le nostre voci spesso sono già giudicate quanto basta, a cominciare dal voto di canto a scuola. Ne usciamo con la convinzione che la voce deve piacere, che è per gli altri.»

Quindi in maniera descrittiva e senza dare giudizi:

«Quando le donne provano emozioni, per esempio rabbia, la voce che viene fuori proviene spesso dalla gola e ricorda proprio uno squittio» dice Basia. Le donne spesso si sentono separate dal proprio corpo dalla vita in giù, sia a livello fisico che energetico. Ciò che mi interessa è ricercare quelle qualità della voce che aiutino le donne a entrare in contatto con queste zone. Come la pancia o la fica. Parti rese tabù, demonizzate, impure. Ma la vera forza delle donne è da lì che arriva.»

Quando lo scorso autunno le donne in Polonia hanno iniziato a protestare in massa, Basia dice di aver sentito che era arrivato il momento di risvegliare la voce delle donne. Si è realizzato il suo sogno di essere loro sostenitrice e guida.

«Ho acceso il grande fuoco che era in me, partecipavo alle manifestazioni, organizzavo eventi» racconta.

Durante uno di questi eventi le partecipanti hanno cantato a squarciagola una canzone piena di rabbia del gruppo musicale femminile Chór Czarownic (Il coro delle streghe), nel quale cantanti professioniste e amatoriali di ogni età cantano della forza e della rivolta delle donne, della rabbia e della maternità. Le loro principali sante protettrici sono le donne bruciate sui roghi in Polonia nel XVI secolo. Nelle loro canzoni urlate si sente qualcosa degli ololyga, canti rituali femminili dell’antica Grecia che Anne Carson menziona nel suo The gender of Sound: un ululato “disumano” alle orecchie maschili, che poteva essere espressione tanto di un grande piacere quanto di un altrettanto grande dolore.

«Non bisogna andare così indietro nel tempo o molto lontano, perché anche qui in Polonia abbiamo bellissime tradizioni di canto femminile collettivo» dice Basia. Come popolo siamo tagliati fuori da questa tradizione perché abbiamo cancellato le nostre radici contadine. Spesso sento che in quello che faccio rivive qualcosa di dimenticato.

*

La perturbazione dell’armonia cosmica per via di un grido o di uno squittio femminile prevede, - come nell’antica Atene e a Londra - severe punizioni.

Le organizzatrici delle proteste dello scorso autunno-inverno oggi hanno diverse questioni da affrontare in tribunale per aver organizzato assembramenti presumibilmente illegali durante lo stato di emergenza pandemica. Molte di loro sono anche state vittime di violenze da parte delle forze dell’ordine, come Lana Dadu, una delle leader delle proteste di Cracovia, alla quale un poliziotto ha rotto una spalla durante una manifestazione.

«La narrazione sulla voce durante le proteste non è sempre una storia di emancipazione» dice Lana. Ha una bella voce, bassa, un accento leggermente orientale (è nata e cresciuta in Lituania ma vive in Polonia da più di vent’anni). Cantava nei cori, oggi lavora come guida.

«“Ma chi diavolo è che strilla così?”, mi sono spaventata quando ho ascoltato la registrazione del mio discorso alla manifestazione» racconta. «La prima ad avermelo fatto notare è stata mia mamma, questa cosa l’ha inquietata. In realtà quello non era il momento adatto per parlare alla folla in modo tranquillo e solenne, la paura e le emozioni erano enormi. Non sapevamo quel che sarebbe successo di lì a poco, né cosa avrebbe fatto la polizia. Sentivo una grande responsabilità nei confronti della folla, come una chioccia che bada ai suoi pulcini. Parlavo in stato d’allerta. A oggi questa cosa mi è rimasta, ho imparato a parlare velocemente per comunicare il più in fretta possibile ciò che ho da dire.»

Anche Magda e Basia mi parlano di come sia affaticato il corpo dopo aver prodotto una voce potente.

«Già prima dello sciopero delle donne ricevevo alcuni segnali da dentro, stavo dando troppo di me stessa, stavo lavorando troppo intensamente» dice Basia. «Nel pieno delle proteste qualcosa dentro di me si è rotto, o meglio, è eruttato come un vulcano. Un giorno mi sono svegliata e ho cominciato a piangere e ho continuato a farlo per alcuni giorni. Provo a non concentrarmi su quello che succede nel mondo della politica, ma è terribile, cazzo. Una donna a me cara ha bisogno di abortire e so quanto è faticoso. Nonostante ciò in noi donne qualcosa sta succedendo, il paradigma sta cambiando sotto i nostri occhi e questo è vero e reale. Nessuno può portarci via questo cambiamento.»

Descrive la scena della manifestazione a Varsavia del 30 ottobre 2020.

«Centomila persone che attraversano la città. Provo una sensazione di unità oltre le divisioni, di communitas. Procedo in quella folla potente e all’improvviso inizio a urlare a voce altissima “Sono libera! Sono libera!”. Per me è lo slogan più importante, perché la libertà è al vertice della mia gerarchia. E il momento in cui lo urlo in quella gigantesca onda umana è bellissimo.»

*

Vorrei concludere così. Mentre scrivo questo testo, a maggio 2021, sono già entrate in vigore le nuove leggi sull’aborto, per cui ora è possibile interrompere la gravidanza solo in caso di grave minaccia alla sopravvivenza della madre o se conseguenza di uno stupro. Le organizzazioni ultracattoliche e i politici accarezzano l’idea di vietare anche i divorzi e il governo si appresta a ritirare la convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne. Le proteste di piazza si sono spente, in parte a causa di dispute interne al movimento stesso, ma anche per la più prosaica ragione che non si può manifestare all’infinito. Se si sente una voce oggi a Cracovia, è piuttosto quella di chi vuole che l’aborto sia vietato del tutto e raccoglie le firme per il prossimo disegno di legge e riempie la città con un monotono comunicato diffuso col megafono: «Non lasciamo che uccidano i bambini».

Nel breve periodo: è peggio di prima. L’urlo è scomparso dalle strade, sono rimaste solo le saette rosse dipinte sui muri con lo spray o appese alle finestre.

Sul lungo periodo: l’urlo ha fatto il suo dovere, cambiano le prese di posizione sociale e ora due terzi dei polacchi e delle polacche è a favore del diritto a interrompere la gravidanza entro la dodicesima settimana. Nel frattempo, altre urla in giro per il mondo sono riuscite ad abbattere muri e ottenere cambiamenti.

Eppure anche un urlo potente e blasfemo come il nostro non può restare inascoltato; voglio pensare che il cambiamento sia inevitabile.

Mi preoccupano soltanto i greci. Pure loro, che azzittivano le donne ogni giorno, di tanto in tanto davano loro respiro con un rituale detto “del parlare osceno” o aischrologia, durante il quale le donne potevano imprecare e bestemmiare quanto volevano. Ma una volta finito, tutto tornava esattamente come prima.

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