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Original text "Wyspa" written in PL by Urszula Jabłońska,
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Maria Gaia Delli

Published in edition #2 2019-2023

L'isola

Translated from PL to IT by Giulio Scremin
Written in PL by Urszula Jabłońska

A oggi non so cosa stessi veramente cercando sulle isole. So solo quello che mi sono lasciata alle spalle. Il paese che mi aveva rilasciato il passaporto. La donna che mi aveva messo al mondo. Le cose che si potevano comprare con i soldi. Il mondo che non ero riuscita a cambiare.

L’acqua del mare era calda. Di sera il plancton luminescente faceva brillare le onde. Dopo anni di viaggi confondevo i pontili tra i palmeti dai quali salivo su una nuova imbarcazione. Confondevo i nomi delle isole, che iniziavano tutti con le parole koh e nusa. Confondevo gli occhi scuri e i vestiti colorati degli altri passeggeri. Tuttavia, ogni tanto, nel tragitto incontravo altre persone che come me erano in cerca. Non scambiavamo molte parole. «Da dove vieni?», «Dove vai?» erano parole di saluto e di congedo allo stesso tempo. Sapevamo che non significavano nulla.

Brancolavo nel buio, fino a quando non incontrai Tommaso.


*


Si sedette vicino a me in un locale sulla strada nei pressi del pontile. Il sole scompariva lentamente all’orizzonte. Sui pescherecci, le mogli dei pescatori pulivano le reti dopo una lunga giornata di lavoro. Una donna minuta accanto a un carrello di noodles lavava dei piatti di plastica. Non riuscivo a decifrare i segni su una bottiglia di whisky locale. Era scura come il mare che sciabordava sempre in lontananza.

«Vengo dall’isola» rispose così al mio saluto. Sollevò le sopracciglia quando gli chiesi da quale. «L’isola non ha un nome. Così come le persone che la abitano.»


*


Tommaso lanciava sguardi dolci da sotto la frangia scura. La canotta rivelava un corpo snello e muscoloso. Mi era difficile indovinare la sua età. La pelle abbronzata al sole formava intorno agli occhi le prime rughe. Sentii che quella sera, proprio in quel porticciolo, dovevo conoscerlo meglio.

Mi raccontò che era nato su un lago. Sua madre era sdraiata su un letto, tra lenzuola bianche. Le donne più anziane e sagge le tenevano le mani e le asciugavano il sudore dalla fronte. Accendevano le torce. Gli altri abitanti dell’isola si erano riuniti intorno a loro, danzarono e cantarono per tutta la notte. Quando venne al mondo, tutti volevano tenerlo in braccio anche solo per un istante. La nuova vita profumava di mistero.

Trascorse i primi anni di vita con i genitori. Beveva il latte della madre e si beava dell’amore incondizionato delle persone che l’avevano fatto venire al mondo. All’età di tre anni si trasferì in un istituto per vivere con altri bambini. In quel luogo prestavano servizio tutti i volenterosi abitanti dell’isola. Ognuno aveva la possibilità di provare amore e vicinanza, disgusto e irritazione. I genitori potevano andare a fargli visita in qualsiasi momento, solo se anche lui manifestava la voglia di incontrarli.

Suo padre e sua madre furono tra i pochi a ricevere dalla società il consenso per mettere al mondo un bambino. La comunità li riconobbe sufficientemente responsabili, emotivamente stabili e consapevoli dei propri limiti. Il loro amore tuttavia non superò i primi tre anni di vita del bambino. Quando Tommaso andò in istituto, si separarono per unirsi ad altri partner.

«Sull’isola non ci sono famiglie», chiarì, vedendo la mia sorpresa. «Ognuno può avere tutte le relazioni di cui ha bisogno. Là vivono coppie che si sono innamorate molti anni fa e continuano a vivere esclusivamente l’uno per l’altra. Ma c’è posto anche per chi salta da un partner all’altro e non sente mai il bisogno di fermarsi. E anche per quelle persone dal cuore così grande che riescono ad amare molte persone allo stesso tempo, uomini e donne. L’isola è per tutti.»

Quando Tommaso era piccolo non amava giocare con gli altri bambini. Le tutrici dell’istituto lo sapevano e gli permettevano di andare a zonzo dove voleva. Erano sicure che ogni persona che l’avesse incontrato si sarebbe presa cura di lui in caso di bisogno. Sull’isola non c’erano sconosciuti, quindi nessuno poteva fargli del male.

Tommaso adorava osservare i residenti. Alcuni avevano la pelle chiara e sensibile, che si scottava sempre al sole cocente, altri avevano capelli nerissimi su corpi color cioccolato. Alcuni si rasavano la testa a zero come i monaci, altri si lasciavano crescere i capelli fino a terra e non li pettinavano mai. Alcuni indossavano abiti eleganti, mettevano rossetti sulle labbra e ombretti sulle palpebre, ad altri bastava una fascia di stoffa intorno ai fianchi.

Le case in cui vivevano erano varie quanto loro stessi. Le costruivano con le proprie mani usando quel che l’isola partoriva e il mare buttava a riva. Ad alcuni bastavano semplici yurte di tela e bastoni robusti, altri compattavano la paglia in blocchi quadrati con cui riempivano intricate impalcature di legno. Nei luoghi che si erano lasciati alle spalle regnavano varie usanze. Sull’isola nessuno era migliore degli altri. Durante le sue passeggiate di tanto in tanto Tommaso si tratteneva a lungo in alcune case. Dava una mano durante gli scavi delle fondamenta o nella fabbricazione dei mattoni.


*


– Non andavi a scuola? – chiesi, anche se intuivo già la risposta. Avevo l’impressione di conoscere quell’isola, di avere sempre avuto dentro di me la sua immagine, il suo profumo e il calore della sua terra. La sentivo chiaramente dentro di me come il calore del whisky che pian piano iniziava a entrare in circolo nel mio corpo.

Tommaso scoppiò a ridere silenziosamente.

«Gli isolani mi insegnarono quel che sapevano fare.»

Riuscivano a far sì che l’acqua scorresse sia sotto che sopra la terra.

Quando arrivarono sull’isola, non c’erano né gli alberi né il lago. La terra rossa era spaccata per mancanza di umidità e le sorgenti sotterranee si erano prosciugate da molto tempo. Le persone che vivevano qui in precedenza avevano disboscato le foreste per vendere la legna. Avevano sfruttato la terra con colture intensive. Quando non c’era più niente da depredare sull’isola, si trasferirono su un’altra.

I nuovi arrivati ascoltavano la terra. Chiudevano gli occhi e frantumavano con le mani le sue dure zolle. Sull’isola costruirono terrazzi, fossati e dighe che rallentarono il corso della pioggia verso il mare. L’acqua tornò a penetrare nella terra assetata. Dopo alcuni mesi l’acqua tornò a fluire, prima sotto terra e poi sopra di essa. Dopo un anno, al centro dell’isola iniziò a formarsi un lago, che portò con sé la vegetazione.

Quando accadde, i nuovi arrivati si misero in cerchio e si guardarono a lungo negli occhi. Giurarono che la terra dell’isola non avrebbe mai più sofferto a causa della presenza umana, che sarebbero stati attenti come caprioli in un prato. Può succedere che mentre corrono i loro zoccoli duri calpestino un cespuglio di assenzio, ma entro sera avrà già raddrizzato tutte le foglie.

Nei campi crescevano i cereali, con i quali potevano fare pane profumato. Le piante di fagioli, pomodori e melanzane producevano verdura in abbondanza. Sugli alberi i frutti dei meli e del mango diventavano rossi. Gli isolani sapevano di poter prendere dalla terra solo un po’ più del necessario per sopravvivere. Scambiavano le eccedenze con le altre isole in cambio di tela, attrezzi e specchi.

Insegnarono a Tommaso a creare strutture complesse con gli specchi. Riflettevano la luce del sole per scaldare le enormi pentole in cui cucinavano. Gli insegnarono a costruire pannelli che assorbivano l’energia con cui alimentavano le lampade quando calava il buio o le stufe quando soffiava il vento freddo dal mare.

Le persone si amavano come gli animali. Insegnarono a Tommaso che per nessun motivo poteva ucciderne uno. Sull’isola vacche e cavalli pascolavano allo stato brado. A volte i cavalli gli prestavano la schiena quando doveva spostarsi sul lato opposto dell’isola. Le vacche di tanto in tanto gli prestavano il proprio latte, quando era malato e non riusciva a riprendersi da solo. In ogni caso doveva sempre chiedere il consenso all’animale. Lo guardava profondamente negli occhi e formulava la domanda nella mente. Gli insegnarono a sentire la risposta.

Terminati gli studi, Tommaso era pronto a lavorare come gli altri. Sull’isola c’era sempre qualcosa da fare. Bisognava seminare e raccogliere, preparare da mangiare, ripulire gli avanzi, costruire case e mantenerle in buone condizioni. A nessuno veniva assegnato più lavoro che agli altri, a meno che qualcuno non esprimesse lui stesso tale necessità.

Quando Tommaso finiva di lavorare, aveva tutto il resto del giorno e della notte per fare ciò che gli piaceva.

Amava suonare la chitarra. I suoni armonici suscitavano nel suo cuore una nostalgia mai conosciuta prima.

Amava sedersi immobile sulla spiaggia e osservare il ritmo rilassante delle onde. Rivolgeva l’attenzione all’interno, al battito del suo cuore oppure all’esterno, al battito del cuore della natura. Sull’isola Dio era ovunque e in nessun luogo. C’era un santuario sotto ogni albero e sotto ogni pietra. Era tutto perfetto. Così e, era e sarà.


*


«Non è così ovunque» dissi, pensando al posto che mi ero lasciata alle spalle.

«Lo so» disse Tommaso con un sorriso triste. Un’ombra appena percettibile gli passò sul viso. «I miei genitori mi raccontavano storie del mondo da cui provenivano. Di persone che costruiscono città in cui alcuni lavorano dodici ore al giorno, e altri per niente, e comunque alcuni muoiono di fame mentre altri accumulano enormi fortune. Raccontavano che una persona uccide il prossimo solo perché vuole impossessarsi dei suoi averi. Di luoghi in cui muoiono gli alberi e la terra, perché gli uomini non sono capaci di convivere con loro.»

I genitori di Tommaso ricordavano i titoli dei film che guardavano al cinema, il tocco della schiuma sulla pelle durante un bagno nella vasca, il sapore del vino bianco ghiacciato in un pomeriggio torrido. Ma sull’isola tutto ciò volevano dimenticarlo. Sapevano che quando compare la voglia di avere di più, sopraggiunge anche la tentazione di abbattere gli alberi per vendere il legno, di chiedere alla terra di produrre sempre più.

Per dimenticare, gli isolani si incontravano in piccoli gruppi una volta al giorno. A turno si portavano al centro del cerchio e confessavano agli altri i propri sentimenti più nascosti nel profondo. “Desidero”, dicevano, “Bramo”, “Invidio”. Dai loro occhi scorrevano lacrime calde. Altri poi si avvicinavano a loro, li abbracciavano stretti e affondavano il viso nel loro collo. Rimanevano così fino a quando il dolore si placava e infine scompariva. Tommaso prendeva parte a questi incontri ma non andava mai al centro. Non ricordava, non invidiava, non desiderava. Sentiva gli isolani più anziani sussurrare che quando se ne fosse andato l’ultimo di coloro che ricordavano, questi incontri non sarebbero più stati necessari.


*


«Pensi che potrei andare sull’isola?» chiesi timidamente a Tommaso. Le tenebre erano già calate, nel buio vedevo a malapena il bianco dei suoi occhi. L’aria odorava di frutta marcita, vibrava per il canto delle cicale. Le mogli dei pescatori erano già andate a casa da molto. La donna magra aveva messo il carrello dei noodles in un angolo e l’aveva coperto con un telone. Sentivo sempre più chiaramente che l’isola era proprio il posto che stavo cercando. Che tutti cerchiamo. «Oggi non so più come arrivarci» disse Tommaso lentamente. «Ma so che è possibile.»


*


A volte sulle rive dell’isola arrivavano barche che trasportavano viaggiatori accidentali. Sull’isola nessuno chiedeva loro da dove venissero e cosa cercassero lì. A nessuno interessava la terra sulla quale erano nati, né i pensieri che avevano in testa. A nessuno eccetto Tommaso.

Gli isolani spesso permettevano ai viaggiatori di sedersi a mangiare alla tavola comune. Li portavano in giro per l’isola, rispondevano alle loro domande anche se le consideravano insensate. Ma quando il sole si avviava al tramonto, li accompagnavano alla spiaggia, direttamente sulla barca. Nessuna mano veniva alzata in segno di addio. A nessuno venne mai in mente di imbarcarsi.

«Fui il primo» disse Tommaso e per un momento guardò la notte in silenzio.


*


Quando disse di volersene andare, nelle sue orecchie risuonarono a lungo i gong che richiamavano tutti agli incontri collettivi nella sala in riva al lago.

Sull’isola nessuno ha potere sugli altri. Non ci sono leggi scritte che regolano la vita degli isolani. C’è solo una regola: chiunque può fare ciò che vuole, finché non disturba il prossimo.

A volte succedeva che due persone si tagliassero la strada. Qualcuno aveva costruito la casa troppo vicino a un altro. Qualcuno disturbava qualcun altro facendo rumore. In questi casi i due si incontravano e parlavano fino a quando non trovavano una soluzione. Se era difficile giungere a un accordo, chiedevano consiglio a un’altra persona dell’isola.

Era già successo che i gong suonassero per chiamare tutti a raccolta. Successe nell’anno in cui servivano più materiali da costruzione del solito. Dovevano capire come trovarli. Successe nell’anno in cui la terra non diede raccolti sufficienti ai bisogni delle persone e fu necessario trovare un modo per sopravvivere. In questi momenti gli isolani si sedevano in un grande cerchio e discutevano fino a quando tutti non erano soddisfatti della soluzione. A volte ci volevano interi giorni, altre volte settimane. La dipartita di Tommaso era, tuttavia, un problema completamente nuovo. Oggi nessuno ricorda per quante settimane discussero prima che tutti fossero d’accordo sulla soluzione. Furono comunque pochi quelli veramente soddisfatti. Gli isolani più anziani avevano le lacrime agli occhi mentre preparavano la barca che avrebbe portato Tommaso in mare. Sapevano tutti però che se avessero detto “no”, l’isola avrebbe smesso di essere l’isola.


*


«Quando salii sulla barca nessuna mano si sollevò in segno d’addio» disse Tommaso, ma non sentivo alcun rimpianto nella sua voce. Il cielo all’orizzonte si stava rischiarando per annunciare una nuova alba. Passarono vicino a noi i primi pescatori, pronti a portare in mare quelle barche così diverse dalle nostre. Le loro barche riapprodavano sempre sulla stessa riva che lasciavano la mattina. Eravamo seduti al porticciolo come nel bardo, tra il sonno e la veglia, tra un mondo e un altro. «Dove sei diretto?» gli rivolsi questa domanda che doveva essere un addio. «Non lo so» disse con un’alzata di spalle. «So solo quello che ho lasciato». (Il pensatore inglese Thomas More descrisse l’isola di Utopia, il buon luogo o il non luogo, sulla quale nel XVII secolo approdava il viaggiatore portoghese Itlodeo. Ci sono buone possibilità che oggi approderebbe su questa isola).

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