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Original text "Het is oké" written in NL by Aya Sabi,
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Maria Gaia Belli

Published in edition #2 2019-2023

Va bene così

Translated from NL to IT by Francesco Panzeri
Written in NL by Aya Sabi

La macchina del caffè la porta via. Non sa più chi è, sa solo di essere una donna con una DeLonghi Magnifica S ECAM20.110.B automatica nera e grigia. Poiché non sa più niente, ogni dettaglio è importante. Quando di mattina la macchina macina i chicchi di caffè con un frastuono tremendo, si sveglia immediatamente – e i vicini pure.

L’ha comprata di seconda mano su Coolblue e l’ha aspettata alla finestra per quattro mattine di fila, aggiornando il track and trace ogni cinque minuti. Poi aveva iniziato ad aggiornare il track and trace e contemporaneamente i messaggi di Twitter perché dio, che voglia aveva di un cappuccino con la giusta quantità di schiuma – non troppa – e del buon caffè! A un tratto tutti i cappuccini erano troppo leggeri e gli espressi troppo forti. Si era definita impaziente e amante del caffè, “un’amante del caffè impaziente che usa solo tazzine di vetro e mai di porcellana”. Non sapeva che il suo disturbo d’ansia si era intensificato perché si era smarrita e che quella macchina del caffè era la sua nuova ossessione, per non dover ammettere di non sapere più niente. Aveva cercato su Google: come mantenere freschi più a lungo i chicchi di caffè? Come si ottiene la schiuma perfetta? Aveva letto il manuale di istruzioni online ancora prima che la macchina arrivasse. Quando hai una cantina, un solaio, tre camere da letto e una cucina di venti metri quadri, fai in fretta a perderti (anche se la cantina è allagata per sei mesi all’anno). Finché guardava fuori dalla finestra, attendeva qualcos’altro, non doveva guardare dentro, non doveva fare nulla.

Prende la macchina del caffè. Si chiude la porta alle spalle. È una scena da film, ma non ci sono telecamere a riprenderla, lei non è un’attrice ricca pagata milioni per recitare quel ruolo e soprattutto non c’è uno sceneggiatore che sa cosa succederà la mattina dopo. Non sa come deve fare, sa solo che lo deve fare. Sa anche che Virginia Woolf sarebbe stata fiera di lei, anche se avrebbe preferito che la vita fosse più semplice, che non fosse tutto un’enorme battaglia, che lei fosse una donna normale, che una persona normale per una volta avrebbe potuto amare in maniera normale.

Non dovrebbe essere così difficile, così prova a essere una donna semplice per ricevere almeno le briciole dell’amore o di qualcosa che gli assomiglia. Un abuso ricoperto di zucchero diventa dolce. Se chiede “scusa” quattro volte, andrà tutto bene. Se riesce a capire perché qualcuno si comporta in modo crudele e irrazionale, allora non è successo veramente. Lui non è il suo amato, ma un personaggio con dolori e paure infantili che vengono a galla e di cui lei vuole consapevolmente essere la vittima. L’amore è sacrificio, no? Se non lo capisce vorrà dire che non si è impegnata abbastanza per riuscire a capirlo. E allora si butta in tutte le conversazioni e le aspettative e le liti. Ogni volta assume nuove sembianze per adattarsi allo spazio che le viene concesso, così non farà cadere niente, non farà traballare nulla che potrebbe anche solo minimamente guastare la pace. Si dà completamente. Sacrifica se stessa: al rogo la donna che ha costruito per decenni! Nel fuoco! Un giorno ne sarà valsa la pena. Non basta, anche quando non ne rimane più nulla. La sua terapeuta dirà che è come se prendesse le persone per il colletto e le scrollasse urlando: “Amami, cazzo!”. Lei aspetterà che la donna imprigionata in una finestra di Zoom le dica che quel comportamento non è necessario. Ma la terapeuta dirà di non sapere se è necessario o meno. Perché non le dice invece che non serve prendere le persone per il colletto, che in lei ci sono abbastanza cose belle per essere amata, che non deve sforzarsi tanto di convincere nessuno? Lei vuole essere per qualcun altro ciò che lei stessa non ha mai conosciuto. C’è chi vuole diventare astronauta o madre. Lei vuole essere l’amore eterno, la persona amata fino all’eternità. Lo scriverà nei not-to-do: l’ultima cosa che farò è aspettare. Un messaggio, la parola che voglio sentire, una conferma, l’amore che merito. Lo scriverà, così che un giorno riuscirà a non farlo, così come nei to-do scrivi quello che vorresti fare.

Prende la macchina del caffè, si chiude la porta alle spalle e infila la chiave di casa nella cassetta della posta. La chiave gratta sul metallo mentre scivola giù. È il proverbiale ponte che in questo momento viene bruciato. Si può sempre nuotare – lei ha anche il brevetto – oppure costruire un nuovo ponte, ma perché tornare indietro quando si può andare avanti? E poi: i ponti in fiamme generano luce. Come le donne nella sua vita che le chiederanno ogni giorno come va. Va bene, risponderà, lei stessa stupita. Penseranno che si sta solo facendo forza, ma non può nemmeno mentire e dire che va male, perché non è così. Rimugina e rimugina su tutto. A Capodanno manderà a ciascuna di loro un messaggio personale, dirà che ci sarà per loro se ne avranno bisogno, ma che spera che non avranno così bisogno di lei come lei ha avuto bisogno di loro nell’anno passato. Imparerà nuove parole – come “mortification”, “the narcissist”, “lovebombing” e “ruminating”. Disimparerà altre parole – come “senso di colpa” e “vergogna” e “il bisogno inarrestabile di sentirsi accettata” (ok, queste sono sei parole, ma poco importa). Le disporrà in fila e in colonna. Ci costruirà delle frasi, più parole conoscerà, più testi potrà comporre. Saprà che a definirla non sarà ciò che le è accaduto, ma ciò che lei farà di quell’esperienza. È separata – un dato di fatto – e non una donna separata – uno stato permanente. Lui non può marchiarla, non è una mucca. Trova sgradevole, certo, che ci sia qualcuno che va a caccia della sua parte più intima, di cui lei non era nemmeno consapevole, che non aveva mai osservato, ma che a quanto pare era abbastanza visibile da riuscire ad abusarne: il suo eterno senso di colpa, il bisogno di essere accettata, il senso di inutilità, il voler essere vista, la dipendenza dall’amore. È sgradevole che alcune persone siano così vuote dentro – senz’anima, senza empatia, senza personalità – da essere attratte da tutto ciò che lei ha in eccesso, che si nutrono di ciò che qualcun altro ha in eccesso. In alcuni articoli legge che lo deve prendere come un complimento, significa che è speciale. Ma lei non vuole essere speciale. Le fa schifo quanto il mondo sia ingiusto: se gli mancano letteralmente dei pezzi di cervello, non ci sarà mai un rimedio, le cose non si sistemeranno mai. Dopotutto non è stato lui ad assemblare il proprio cervello, o a staccarne un pezzo. Lui è la vittima, lei solo un danno collaterale.

Prende la macchina del caffè, si chiude la porta alle spalle e infila la chiave di casa nella cassetta della posta. Pensa che dovrebbe piangere, ma non lo fa. Pensa che dovrebbe pensare meno a quello che dovrebbe fare. Per molto tempo la vita di una donna è stata semplice. Nascevi e poi morivi. Nel mezzo accadeva tutta una serie di cose su cui non avevi nessun potere. Semplice non significa facile. Vivere da donna non è mai (stato) facile. Semplice, quello sì: se c’è una strada sola, non puoi perderti. Non conta tanto ciò che nello specifico è cambiato per le donne – ora possono guidare, studiare e forse un giorno guadagneranno quanto un uomo – né come il loro ruolo all’interno del patriarcato aumenterà o diminuirà, quali battaglie vinceranno e quali perderanno, i piccoli passi in avanti e l’occasionale passo da gigante all’indietro. No. Ciò che conta è il cambiamento all’interno di una sola vita e il modo in cui la donna ne assume il pieno controllo. Sono le precedenze, le svolte a destra e a sinistra, i cartelli di stop e le deviazioni. È il perdersi. Non c’è più una strada sola. È il ramificarsi dei binari, tutti i possibili punti in cui si incrociano e dove i treni potrebbero scontrarsi a tutta velocità e andare in mille pezzi metallici. È questo che è appena successo. Sono le sbarre, le luci intermittenti, le code. Sono le rotonde. Girare in tondo, fino ad avere il capogiro ma senza sentirsi mai a casa. Va bene così. Il caos nella sua testa, i misteri nel suo cuore, il paradosso che rappresenta. Va bene così. Ci saranno altri giorni in cui non saprà niente e in quei giorni, se fa caldo, prenderà un caffè freddo e lo berrà sui gradini della chiesa mentre osserva i passanti. Tornerà nella sua stanza, si preparerà da mangiare e si godrà la normalità di giornate come quella. Trasformerà ansia e noia in fiducia e tranquillità. Capirà cosa intendeva Lucebert quando scriveva “Tutto ciò che ha valore è indifeso”. Quindi ripeterà ciò che avrà imparato, per provare comunque a difendersi, ovvero:

1. Che lei rifiuta il silenzio.

2. Rifiuta la comodità e l’abitudine.

3. Rifiuta l’indifferenza e l’amarezza.

4. Rifiuta tutte le etichette e i nomi e le strade a fondo chiuso.

5. Rifiuta di compiacere, rifiuta le scelte di compromesso ma anche quelle radicali.

6. Rifiuta i paraocchi e l’arroganza, ma al contempo si prende tutto lo spazio che pensa di meritare, che merita.

7. Rifiuta di essere inferiore così che altri possano sentirsi superiori.

8. Ma non ogni battaglia è una battaglia per lei.

Prende la macchina del caffè, si chiude la porta alle spalle e infila la chiave di casa nella cassetta della posta. Scende la sera e la strada è deserta. Nessuno la vede andare via. Non ci sono corone di fiori né parate trionfali. La ragazzina ferita in lei vuole sentirsi dire che ha fatto la cosa giusta, la donna che la avvolge sa di fare la cosa giusta, non combatte più contro se stessa.

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