“Se potessi avere un superpotere, quale sarebbe?”
I primi colpi di batteria, le battute iniziali di Crazy, coprono la mia voce, ma quasi subito la radio mangia il nastro e si inceppa. Dorota mi guarda con un’irritazione mista a qualcos’altro, a qualcosa di tenero.
L’asfalto si scioglie, nonostante il sole sia appena sorto. Sprofondiamo piano nella strada. La portiera dal lato di Dorota non si chiude bene. È già pronta a staccarsi. Sono sicura che pensa solo a quello. Non le piace guidare. Io, invece, non ho la patente.
“Non lo so. E tu?”
Do un colpo alla radio con la mano. Steven Tyler riprende a cantare.
“A che cazzo ti serve un’autoradio a cassette?”
Non rispondo. Mi contorco in modo innaturale per prendere il rosario. Nella destra tengo una birra che si sta scaldando. L'auto non ha l’aria condizionata. Né il servosterzo. E tra poco non avrà nemmeno la portiera dal lato del guidatore.
“Vorrei vedere tutto insieme” riprendo il discorso dei superpoteri. “Il passato, il presente e il futuro”.
“La visione divina non è roba per gli esseri umani”. Dorota con la destra tiene il volante, e con la sinistra prova di nuovo a chiudere bene la portiera. Sorride.
Viaggiamo su una vecchia Opel bianca divorata dalla ruggine, lungo strade di campagne verso Radom. È agosto, le strade sono deserte per il caldo e per le festività. Il mio braccio abbronzato è imperlato di sudore. In auto con me ci sono due donne che amo e vorrei che questo giorno non finisse mai. I capelli di Dorota, che non lava da giorni, le si arricciano sulle orecchie. Il naso della ragazza alta, che vedo quando mi giro, è bruciato dal sole. Attraverso i finestrini sporchi entra nell’auto una luce dorata, densa. Ascoltiamo la cassetta. Quando finisce, cala il silenzio.
All’improvviso sento un rumore, uno sferragliare e un ansimare proveniente dal lato sinistro dell’auto. E tutte vediamo subito il fumo: esce dal cofano, uno spettro grigio che non si addice a quella giornata limpida. L’Opel si ferma, la portiera si apre, Dorota dice:
“Cazzo”.
Scendo dal’auto con la lattina ancora in mano. La polvere ci si appiccica addosso. Prima che inizi il trambusto, prima delle telefonate al soccorso stradale, della ricerca di un’officina aperta in un giorno di festa, prima di sollevare il cofano, sporcarsi le mani, imprecare sottovoce, di una lieve disidratazione e del tramonto, dico:
“Mi manca Betty”.
Dorota mi guarda e capisce che sto per fare una scenata: la cassetta degli Aerosmith, il CD pirata dei Myslovitz, il rosario. Mi mangio un’unghia.
“Basta che non fai la pagliaccia” mi avverte.
Ho sempre mentito. Inizialmente per vergogna. Adesso mi limito a recitare.
Accanto a noi c’è lei, alta e bionda, che mi sorride.
“Chi è Betty?” chiede.
Non ci conosciamo ancora bene, ma so già che la amerò per tutta la vita.
È ancora mattina, ma l’aria è già densa e tutto odora di decomposizione. Oggi è il mio compleanno, ho appena compiuto trent’anni. Agosto è l’inizio e la fine del mio anno liturgico: nascita, morte, resurrezione, tutto insieme.
Ascoltate, ascoltate il racconto delle fermate, da allora ad ora, da lì a qui, fino a Radom e ritorno.
(...)
Agosto 1988 era identico. Un’ondata di caldo si abbatteva sulla città, assetata e brutta. Nel giorno della festa mariana, una ventenne, poco più di una bambina, stringendo i denti dal dolore, diede alla luce una figlia. In sala parto era sola. Si vergognava di urlare e di piangere sotto lo sguardo di un anziano medico sfinito e un’ostetrica dai capelli cotonati. Infilò nei loro camici le banconote con Chopin ricevute dal padre, e allora l’ostetrica, un po’ meno infastidita all’idea di arrivare tardi a messa, le fece un’iniezione.
Sei anni dopo una bambina trafelata entra di corsa nella grande stanza. Sono le sette del mattino ed è già riuscita a fare il giro del mondo. Bagnata di rugiada e di sudore inodore, si toglie le scarpe. Il pavimento scricchiola sotto i suoi piedi, e la TV, cuore pulsante della parete attrezzata, la attira a sé. Non sente nulla, ma avverte il bisogno di guardarla. Per prima cosa vede delle gambe sottili in calzettoni bianchi, una minigonna e una mano che sistema le mutandine. Fa una smorfia. La mamma diceva che non sta bene. La protagonista del videoclip entra in bagno con l’uniforme scolastica e in TV attacca la batteria. Poi scappa da scuola, uscendo dalla finestra. La gonna si solleva lasciando intravedere la biancheria intima. Sale al volante di un’auto blu scura e subito dopo viene raggiunta da una seconda ragazza dai capelli scuri. Un uomo molto brutto urla sul palco, e loro se ne vanno via ridendo.
La ragazzina non riesce a staccare gli occhi da loro, eppure rabbrividisce. Si guarda intorno nella stanza, pur sapendo che non c’è nessuno. Dal bagno sente la mamma e il fruscio dell’acqua, mentre il Mezzano scorrazza ancora in cortile. Si avvicina al televisore e deglutisce. Il suo corpicino accaldato viene attraversato da un brivido. Resta immobile accanto al tubo catodico, così vicino da distinguerne il segreto: minuscoli puntini colorati.
Quando osserva le due ragazze in televisione, si irrigidisce.
Sente i passi della mamma, e pur sapendo di non aver fatto nulla di male, si guarda nervosamente intorno, afferra la bevanda alla frutta per cui era entrata in casa e corre di nuovo fuori, dove poco dopo la sua testa chiara chioma svanisce tra le erbacce alte.
La mattina d’agosto brilla dei colori di un’estate che sta morendo: il porpora della digitale e il giallo del tagete. In quei colori c’è la morte, che non cerca nemmeno di nascondere la propria presenza, una spettralità da cimitero portata in superficie da un sole furiosamente rovente.
La ragazzina ormai pensa soltanto alla colazione. Al formaggino Rolmlecz con la mucca sulla confezione, la colazione migliore del mondo. Ma non dimentica, ciò che ha visto.
(...)
Nel mezzo della chiesa gelida, di fronte al volto deformato di Cristo, padre Szymon picchiava sulla chitarra come un pazzo e sotto le ascelle gli si allargavano macchie di sudore. Accanto a lui c’era lei, la mia prima ragazza, che non chiamavo la mia ragazza perché non me l’avrebbe mai permesso, e rideva di tutto ciò che lui diceva.
Si comportavano come se intorno a loro non ci fosse nessuno. Eppure dalle rozze vetrate viola della chiesa parrocchiale, incastrata tra i palazzi prefabbricati, li osservava Dio stesso. Ed io.
Mancavano ancora quindici minuti all’inizio dell’incontro e loro stavano provando un canto che non avevo mai sentito prima. Parlava di cadute e sgambetti. Mi piaceva quando Dio era brutale. La ragazza non mi guardava nemmeno e si chinava solo verso Szymon. Indossava i suoi jeans più belli presi al mercato e una maglietta verde a fiori. Non sapevo ancora che di lì a poco gliel’avrei sfilata con mani frementi. Per il momento volevo essere al posto di Szymon.
Stavo in piedi tra le panche e mi guardavo intorno. Ragazze eccitate ritagliavano Gesù da un cartone rigido, un chierichetto cupo trascinava un cavo del microfono troppo corto lungo la navata, due suoi amici rantolavano dal ridere mentre portavano da una parte all’altra la tomba di Gesù in cartapesta, che quell’anno, come del resto ogni anno, era morto per i nostri peccati. Solo io non riuscivo a trovare il mio posto. La guardai di nuovo. Era ancora lì, in piedi al centro della chiesa accanto al prete, ed era travolta dal canto.
I bicipiti osceni di Szymon, scoperti perché al posto della tonaca indossava una camicia, si tendevano quando toccava le corde e cercava di tirar fuori note alte dalla mia prima ragazza, che non chiamavo la mia ragazza perché non me l’avrebbe mai permesso. Le sue dita non del tutto pulite stringevano il plettro. In lui tutto era incompiuto, anche se da lontano sembrava molto bello, come un apostolo della Bibbia illustrata per bambini, in cui angeli pastello scendono dal cielo e uomini affascinanti attraversano con Gesù una terra desolata.
Sui suoi denti riuscivo a vedere una patina gialla di nicotina.
Quando iniziammo l’incontro, si sedette accanto a me. Alta e dritta, era carina, ma non era questo a colpirmi. Era il fatto che la possedessero Gesù e Szymon, mentre io non potevo averla. Mi agitavo sulla sedia scomoda portata dalla sacrestia e osservavo le persone sedute in cerchio. Gli occhi raccolti in preghiera si riempivano sempre d’acqua e per questo il loro colore si stemperava, per poi sparire dietro una foschia umida. Al ritiro avevano tutti quello sguardo: lucente e torbido allo stesso tempo. Le tonache dei preti non venivano lavate spesso quanto avrebbero dovuto e si irrigidivano per lo sporco. I ragazzi erano goffi e pieni di brufoli. Indossavano vestiti slabbrati, magliette nei colori di tendenza in quegli anni: arancione, giallo e blu. Le ragazze erano infantili. Avevano labbra tremanti, corpi scossi da fremiti, treccine, acconciature frisé. Bastava che una ragazza della classe si pettinasse così e all’improvviso tutte si ritrovavano in testa onde rigide e innaturali. Indossavano pantaloni a zampa, che allora erano tornati clamorosamente di moda, ma soltanto per un’estate. Ogni partecipante aveva un ruolo: nel coro, nel ritaglio delle decorazioni, nel servizio all’altare. Tutti tranne me.
(...)
“Non diciamolo alla mamma” dissi. Era la frase che ci ripetevamo più spesso.
Di solito ero io a salvarlo. Mangiavo il prosciutto dei suoi panini, che lui detestava, e lavavo i suoi pantaloni sporchi. Tiravo fuori dal suo zaino il pranzo ammuffito che si dimenticava e i torsoli delle mele lasciate a metà. Ricordo perfettamente una nostra vecchia fotografia in cui lui piange e io lo abbraccio. Avrà avuto forse un anno e mezzo, io poco più di tre, eppure già lo sovrasto, già cerco di proteggerlo dal mondo intero.
Quindici anni dopo qualcuno scattò un’altra fotografia. In quella mi bacio con il suo migliore amico. Ero un po’ triste, un po’ ubriaca e molto sola. E lui mi parlava dei Girasoli di Van Gogh. Mi sembrò gentile. Per la prima volta mi sentii davvero separata dal mio amatissimo fratello. Diventai donna tra le braccia del suo migliore amico. E all’improvviso capii che tutto ciò che avrei fatto e scritto, ogni persona con cui sarei andata a letto, ogni viaggio che avrei intrapreso, tutte le parole che avrei pronunciato, tutto l’alcol che avrei bevuto, ogni gesto che avrei compiuto, tutte le relazioni che avrei intrecciato, tutte le relazioni che avrei mandato a puttane, sarebbero stati giudicati attraverso il prisma del mio genere.
(...)
Nel mondo reale, per le strade della mia città si aggiravano orde umane. Dopo le sei di sera tutto si immobilizzava, per sopravvivere fino al mattino tra il rumore di vetri rotti. Eppure la fine del millennio e il passaggio all’anno zero era ciò che suscitava la paura più grande. La psicosi era iniziata già all’inizio del novantanove. Aspettavo la fine e facevo fatica ad accettare di aver vissuto così poco. L’estate del novantanove, c’è l’imbarazzo della scelta. Quell’anno mi risuona nelle orecchie con If You Had My Love di Jennifer Lopez e Believe di Cher. Stava arrivando qualcosa di nuovo e aveva il suono dell’euro dance. Stava arrivando la fine del mondo che conoscevo. Il retrogusto metallico e autotune della canzone di Cher mi trascinò nell’anno 2000 e, anche se non sapevo ancora dargli un nome, sentivo che qualcosa era appena cambiato. Festeggiavamo il passaggio di millennio, l’inizio dell’Era dell’Acquario. Quelle parole, “Era dell’Acquario”, suonavano cosmiche. Credevo che nel giro di dieci anni sarei andata sulla Luna.
Non so più cosa sia un ricordo autentico e cosa un ricordo “implementato”, un’immagine televisiva o una mia personale variazione del passato. Di certo dentro di me restano frammenti di realtà vera. Soprattutto buchi, di cui ho scoperto l’esistenza a cavallo del millennio: il “buco di Bauc”, un deficit di bilancio nel quale sprofondavano miliardi di złoty e che mi toglieva il fiato, quello dell’ozono, attraverso cui i raggi mortali del sole raggiungevano la nostra pelle provocando il cancro, e il buco nero, che per me sarebbe rimasto per sempre un mistero. La fine del secolo, coincisa con la fine del millennio, creava un’atmosfera di apocalisse imminente, così i miei tentativi falliti di usurpare il potere a scuola si intrecciavano con la rinascita del cristianesimo, l’attività demoniaca delle sette e dei satanisti, il ritorno di una versione goffa di Dio e il proliferare dei devoti a Krishna per le strade di città e paesi. Quei giorni erano impregnati di paura e freddo. Non sapevamo cosa aspettarci e perciò ci aspettavamo il peggio. Scoprii allora che nell’universo, nello spazio cosmico, fa terribilmente freddo. Quello spazio e il suo gelo mi terrorizzavano. La fede in Dio non mi impediva di credere che là fuori, nei buchi neri, esistesse un residuo, una scoria cosmica, che aveva dato origine a tutto. A volte sognavo di trovarmi dentro quel residuo e di aspettare una nuova esplosione che avrebbe creato di nuovo il mondo e insieme alla quale sarei nata anch’io. Per tutta l’estate del novantanove sognai il Big Bang e la fine del mondo.
(...)
Vorrei che ogni estate, fino alla fine della mia vita, somigliasse alla somma dei giorni estivi dell’infanzia e che aspettavo sempre con eccitazione. Vorrei poter sentire di nuovo l’odore dell’erba come lo sentivo quando questa mi arrivava alle spalle e temevo soltanto ciò che ci viveva dentro, anche se allo stesso tempo mi incuriosiva. Vorrei avere ancora quelle braccia sottili e le mani piccole con cui tenevo la lente d’ingrandimento sottratta dalla casa dei nonni. Non vedo una lente d’ingrandimento da anni: è vero che gli oggetti se ne vanno, proprio come se ne vanno le frasi, i vestiti, le mode. Non avevo mai pensato che avrei percepito così chiaramente questo svanire nel corso della mia stessa vita. Ad andarsene non sono solo gli oggetti moderni, che invecchiano più in fretta, ma anche quelli che usavo da bambina. Oltre alla lente d’ingrandimento: telefoni in bachelite, televisori a tubo catodico, walkman, discman, tamagotchi, ciotole di terracotta e altri utensili da cucina di cui non conosco il nome e che Baśka usava quando preparava le torte. Guardavo gli oggetti diventare inutili, finché non venivano gettati nella spazzatura. Vari movimenti nostalgici cercano di resuscitare le gomme Turbo e Donald, il gioco della campana, la lavatrice “Frania”, le aranciate da cinquanta centesimi bevute dietro il chiosco della scuola con il vuoto a rendere. Si cerca di ricrearne l’atmosfera, ma non ci si riesce mai. Non è cambiato solo il mondo. Anche chi guarda non è più lo stesso. Non aspetta più Blue Jeans il sabato mattina. Non passa più ore disteso nell’erba a osservare le formiche mentre le erbacce gli si infilano sotto la maglietta e nei pantaloncini corti. Sa già che il mercato lo mette alla prova, e invece degli insetti lo morde la realtà.