La colazione delle campionesse
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Vesna era seduta sul divanetto piccolo al di sotto della grande piantana, indossava una gonna nera attillata e collant rossi. Sotto la luce giallastra e intensa della lampada, il suo viso era quasi irriconoscibile, come quello di una statua di pietra illuminata in controluce. Teneva in mano una bottiglia verde di Heineken e ogni tanto, tra una frase e l’altra, se la portava alle labbra. Ridacchiava. Sembrava una ragazza normale a una festa normale, che scambia occhiate d’intesa con un ragazzo normale in jeans normali (anche se di qualche taglia troppo grandi e di pessimo gusto). Era girata col corpo verso di lui, pur essendo seduta più in alto, sullo schienale, mentre lui sprofondava sui soffici cuscini. Il corpo piuttosto allampanato del tipo sembrava troppo grande per quel divano, come un’Alice gigante nella casetta di Barbie. Probabilmente doveva stargli raccontando qualcosa di divertente, perché lui scoppiò a ridere. Vesna, invece, avvicinò le gambe a sé.
La stanza era piena di gente e di rumore. La festa continuava anche al piano di sopra. Alcuni erano seduti sul tappeto al centro della stanza e si passavano una canna, altri stavano in piedi, a ridosso del muro, e parlavano ad alta voce, mentre un altro gruppetto aveva occupato il grande divano in velluto a due posti accanto alla cyclette. La casa era enorme. Quando Vesna mi aveva trascinata qui, mi aveva promesso che non ci sarebbe stata molta gente e che saremmo andate “giusto a dare un’occhiata”.
La musica di sottofondo era cambiata. Ora suonavano gli Strokes, la band preferita di Vesna. Sotto la doccia cantava sempre così forte che riuscivo a sentirla anche oltre la porta chiusa. A volte mi coprivo le orecchie con il piumino e anche con il cuscino, per attutire la sua voce che mi riscuoteva dal sonno. Pia dormiva con i tappi per le orecchie. Spegnere la vita: lei sì che sapeva farlo.
Una volta chiesi a Vesna come mai non avesse fatto la cantante in una band. Mi rispose che le band sono per la gente che non sa fare nulla da sola. Ricordo che il suo ragazzo aveva una band alle superiori, quand’ero in prima. L’andai ad ascoltare in uno strano bar poco fuori Lubiana. Rimasi ad aspettare mezz’ora battendo i piedi per il freddo, in una lunga fila, per comprare i biglietti. A vendermeli fu una ragazza col septum al naso e le sopracciglia verdognole che risaltavano su un viso altrimenti di porcellana. Ricordo anche che il concerto durò più a lungo di quanto mi permettesse il mio coprifuoco. Con i tacchi alti sgattaiolai fuori dal locale fino a un taxi gelido e tornai a casa ubriaca, mentre Vesna, che allora nemmeno conoscevo, probabilmente ballava al ritmo della musica da qualche parte in prima fila, con una sigaretta in bocca e il desiderio negli occhi. Ma forse non andò affatto così e se ne stava, invece, seduta da qualche parte in fondo, avvoltolata in una giacca troppo grande, con tre o quattro cocktail in circolo, per digerire il fatto che il suo ragazzo fosse uno di quei cantanti da strapazzo di cui si innamorano le quindicenni, come ero io allora. Ma questo non l’avrebbe certo messa in imbarazzo, solo in agitazione. A pensarci bene, il concerto in realtà non fu un granché. Tutti chiacchieravano nella sala fumatori, mentre ai piedi del palco, sotto i riflettori, fumavano alcuni ragazzi più grandi vestiti tutti allo stesso modo.
Cominciava a farmi male la schiena, su questa pila di libri su cui mi ero seduta. In realtà, quasi sicuramente mi faceva male per essermi seduta sulla sedia da ufficio di Lidija. Era forse adolescenza? Stanchezza? Questo mio stare seduta nell’angolo più remoto della stanza? Ora Vesna, lontano da me, rideva già così forte da sovrastare la musica. Il tipo secco accanto a lei le stava versando da bere un liquido trasparente da una bottiglia sulla cui etichetta campeggiavano delle pesche. Se avessi voluto analizzare le nostre vite, quella scena sarebbe stata una metafora piuttosto esemplare. Vesna, con la sua bellezza perfetta e discreta, che aleggia come una grande farfalla sopra una stanza piena di gente e ride a squarciagola, mentre un uomo la guarda con desiderio, e io, che in tre ore di festa avrò parlato sì e no con tre persone, fasciata in un vestito troppo attillato, seduta su una pila di libri anche se Vesna prima mi aveva offerto una sedia della cucina. Ma come faceva a conoscere il padrone di casa? Chi può saperlo, Vesna conosce tutti. Mi guardavo intorno per quella grande stanza fumosa, che vantava, tra l’altro, una collezione sbalorditiva di opere d’arte e tutta quella mole di cianfrusaglie che trovi sempre nelle case delle persone le cui vite sono in qualche modo così piene di tutto: sopra il camino c’era una vetrinetta con statuette e ditali, sotto la grande scrivania di quercia c’era una pila di coperte mista a cuscini ornamentali di tutti i colori e i motivi immaginabili, candele profumate abbellivano la credenza di vetro, ovunque c’erano mazzi di fiori, anche se probabilmente artificiali. L’agio, il comfort. Era quella la parola.
Bevvi un lungo sorso di birra fredda, rovesciandomene una parte sul vestito proprio nel momento in cui gli occhi di Vesna incrociavano i miei. Sorrise e indicò il suo bicchiere. Ne vuoi un po’ anche tu?, articolò con le labbra. Mi limitai a scuotere la testa. Ogni volta, alle feste, mi assaliva la stessa sensazione di vuoto: quella certezza di essere sola, e che tra me e gli altri ci fosse una sorta di scudo metallico impenetrabile, solo che io non ero una principessa sul cavallo bianco, ma più una specie di fantasma corazzato, ritirato nel suo guscio logoro. Vesna non era così, pensai. Vesna ci sapeva fare con le persone. Almeno in apparenza. Già questo era tanto. La gente ci scriveva romanzi, su roba così. Ai miei piedi si accese il telefono che prima avevo posato per terra. Era Lori. Fissai le lettere del suo nome. L, O, R, I. L come legame. O come onestà. R come rancore. Inclinai la bottiglia e bevvi a lungo. Le bollicine mi solleticavano la gola.
Le mani di quel ragazzo adesso erano tra i capelli di Vesna. Si baciavano sul divano, così. Prima, mentre eravamo in cucina a tagliare fette di torta e mangiarle sopra il lavandino, Vesna mi aveva detto che era uno studente di montaggio e che si chiamava Goran. “Fisicamente è proprio il mio tipo. Non so se sia single. Ma sinceramente… È mica un problema, ora?”, aveva mormorato con la bocca piena.
“Pensavo che tu e Val foste… insieme? Che fosse una cosa seria?”, chiesi io un po’ sorpresa. Vesna si appoggiò al lavandino con aria di sfida. “Sì. Lo pensavo anch’io, sì. Ma ieri, al telefono, abbiamo litigato. Litigato sul serio.”
“Oh, no, e perché?”
“Mah”, fece un gesto con la mano. Si voltò verso di me e mi diede un leggero pugno sulla spalla.
“Ma tu, piuttosto. Tu non hai mai portato nessuno a casa”, continuò con tono serio. Eravamo in piedi. Attraverso i calzini sottili sentivo le piastrelle fredde. La parete era punteggiata di finestre che lasciavano intravedere la notte limpida.
“Non lo so. Faccio fatica ad avere feeling con qualcuno. E non lo porterei da nessuna parte. Preferirei fosse lui a portare in giro me”. Ma non l’avevo detto ad alta voce, ovviamente. L’avevo detto solo nella mia testa. Vesna aveva continuato a fissarmi, ingozzandosi di torta. “Ehi? Pronto? Torna sulla Terra”.
Scoppiammo entrambe a ridere. Masticavo la torta, improvvisamente convinta ci fosse qualcosa che non andava col mio respiro. Il cuore mi batteva all’impazzata. Un’altra cosa che puntualmente mi succedeva alle feste, occasioni in cui avrei potuto essere felice e libera e sexy e misteriosa e tutto ciò che riescono a essere le protagoniste dei film che guardavamo al lavoro.
“Fa parte della vita, lo sai”, disse Vesna a voce un po’ più bassa. I suoi occhi, che mi fissavano con intensità, si posarono sui miei come una sottile patina di polvere. “Cosa fa parte della vita?”
“Questo. Essere a un festino e fregarsene di tutto”.
“Credo che parte del problema sia che io non ci riesco, a fregarmene di tutto”.
“Sì. Ora la pensi così. Ma aspetta ancora qualche anno. E allora sì che non te ne fregherà davvero più di niente”.
Qualche ora dopo era piuttosto evidente che Vesna avesse già raggiunto quello stadio. Continuava a baciarsi con Goran, il montatore, che forse aveva una ragazza, forse no. Mi alzai e passai accanto al tavolino da salotto e al divano su cui era seduto il gruppetto di ragazze ormai ubriache, proseguendo fino alla porta e poi lungo il corridoio a sinistra, verso il bagno. Sentivo acidità nello stomaco.
Ma quanto avevo bevuto?! Praticamente nulla. Nel corridoio non c’era nessuno, solo un lungo tappeto morbido. Mi sentivo davvero malissimo. Spinsi la porta del bagno, mi girai verso la tazza e vomitai rumorosamente. Vomitai tutto quello che avevo nello stomaco, compresa la torta di compleanno. Non ho nemmeno conosciuto il festeggiato; quando siamo arrivate io e Vesna, era già collassato per l’alcol. Una ragazza, già sulle scale, ci aveva detto: “Timotej è completamente andato”.
Così, nel bagno di Timotej vomitavo come una alle prime armi, le emozioni mi si rimestavano in gola, niente di troppo romantico e niente di troppo maturo. Una volta finito di vomitare, mi accasciai sulle ginocchia e abbracciai la tazza.
“Scusa, stai bene?”. La voce era proprio accanto a me. Per lo shock sobbalzai di scatto e mi voltai. Nella vasca da bagno era seduto un ragazzo dai capelli scuri con indosso una maglietta a righe, fumava una sigaretta e mi squadrava con aria preoccupata. Non sembrava il tipo da nascondersi in bagno alle feste o da piangere. E non sembrava nemmeno essersi vomitato addosso. Mi raddrizzai in fretta e mi sistemai il vestito.
“Sì. Scusami”, dissi, continuando a fissarlo. Lui si allungò verso la bottiglia di vino a bordo vasca e ne bevve un sorso. Poi mi guardò con aria molto seria. Oh, no. Ecco che arriva la domanda.
“Vomiti sempre così quando bevi?”
“Non proprio. E poi, non ho bevuto così tanto. Spero solo non ci fosse qualcosa di strano nella torta”.
“Lo spero anch’io. Anche perché l’ho fatta io”.
Mi sentii avvampare per l’imbarazzo. Strisciai su a fatica, ancora barcollante, e mi misi a sedere sullo sgabello accanto al gabinetto. Lo stomaco si stava lentamente calmando. Il ragazzo nella vasca continuava a sorseggiare tranquillamente il suo vino e mi studiava con un’espressione vagamente ironica sul volto.
“Be’, ecco, era davvero buona”, mi corressi. “Sono qui con la mia coinquilina, in realtà non conosco nessuno”.
“Non direi. Adesso conosci intimamente questo cesso”, sorrise.
Continuava a girarmi la testa. Mi sembrava che le luci tremolassero dal soffitto, come in un aeroporto deserto. Ma erano solo dei puntini bianchi sulle piastrelle.
“Wow, certo che sei proprio ubriaca! Devo chiamare qualcuno?”
Mi fermai a riflettere. C’è qualcuno che chiamerei se dovessi davvero toccare il fondo, fisicamente o psicologicamente? E poi: dovrei forse ammettere con me stessa di averlo toccato? Che da quando ho superato i vent’anni non sono ancora stata a una festa senza sentirmi ogni volta un’autentica impostora, una perdente. Contai fino a dieci. Non mi saltò in mente nessun nome abbastanza importante.
“Sono sicura che starò bene. Ho solo bevuto un po’ troppo”.
“E perché ti sei ubriacata? Il tuo ragazzo ti ha piantata?”
“No. La mia coinquilina mi ha piantata, è di là a pomiciare con uno. E c’è mia sorella che continua a chiamarmi, ma io non ce la faccio a rispondere, perché non mi voglio sentir dire che si vuole uccidere e che è tutto inutile. Be’, sai che c’è. Forse Lori ha ragione. Forse è tutto inutile”.
“Aspetta, chi è Lori?”
“Mia sorella”.
Il ragazzo si alzò con calma e si sedette vicino a me, contro il muro. Tirò fuori una sigaretta da chissà dove e me la offrì. La presi. Incrociai le gambe e mi domandai di cosa profumasse il bagno. Di lavanda?
“Sì. Forse è davvero tutto inutile. Ma sai cos’ha detto un filosofo: Niente di ciò che facciamo ha senso, ma è comunque bene farlo, perché nessuno lo farebbe al posto nostro. Ah, e a quanto pare Arthur Miller avrebbe detto che il pessimismo è l’unica difesa che si ha contro l’ottimismo. Forse tua sorella è semplicemente più intelligente di noi. Non è l’ideale, non mi fraintendere. Però sì, forse lei semplicemente non mente a sé stessa”.
La sua voce mi risuonava nelle orecchie. Poi qualcuno bussò forte alla porta del bagno e tirò la maniglia. Era Vesna, visibilmente scioccata di trovarmi appoggiata al water in compagnia di uno sconosciuto.
“Ehi”, disse, sollevando il sopracciglio sinistro. “Posso fare pipì o siete in riunione?”.
Il ragazzo accanto a me si tirò su dalla vasca, afferrò la bottiglia di vino e se ne andò senza dire una parola. Poi, sulla porta, si voltò, e con un ampio sorriso mi fece un cenno con la mano. Vesna sbatté la porta dietro di lui e si abbassò la gonna e le calze. Si sedette sulla tazza accanto a me, e sentii un getto rumoroso che iniziava a scorrere nel water.
“Oh, mio Dio, ho bevuto tre litri di birra, pensavo che me la sarei fatta addosso lì davanti a tutti”, dichiarò sollevata. Non ero ancora del tutto sobria e fissavo impotente l’armadietto sotto il lavandino di fronte a noi, con shampoo, ovatta e rasoi.
“Non essere scontrosa, Vesna”, dissi infine.
“Scontrosa? Ma che ti prende, a volte sei davvero insopportabile. Ti porto a un festino e tu non parli con nessuno, bevi come una spugna e poi ti lamenti di tutto. Eri così anche a scuola? Non lo so, guarda, non avrai mai degli amici se continui a fare la strana tutto il tempo”.
Quest’ultima frase mi ferì. Nella mia mente visualizzai Vesna come una paladina in armatura che mi trafigge con la sua spada scintillante. Ma era solo una metafora.
“Senti. Io esco un attimo, devo chiamare Janez, è di nuovo successo un casino. Poi torno e ce ne possiamo andare a casa. Goran viene con noi. Lo faccio entrare all’insaputa di Pia. Spero solo non si aspetti la colazione domattina, perché io attacco alle otto. Dài, muoviti. E bevi dell’acqua”.
Vesna era china su di me e mi sventolava una mano davanti al viso. L’afferrai e mi alzai con fatica.
Mi trascinò verso il lavandino, mi tenne indietro i capelli e aprì il rubinetto. L’acqua era fredda come il ghiaccio, me la lasciai scorrere sul mento. Vesna taceva con discrezione e mi accarezzava la fronte. Quando ebbi bevuto abbastanza, chiusi il rubinetto. Mi raddrizzai e mi guardai allo specchio. C’erano i nostri volti, pallidi e truccati con i glitter e il rossetto rosso, ormai sbiadito, prestatomi da Vesna. Un po’ ci assomigliavamo. Forse qualcuno avrebbe potuto persino scambiarci per sorelle.