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Original text "Čistička" written in CZ by Anna Háblová,
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Maria Gaia Belli

Published in edition #2 2019-2023

Il depuratore

Translated from CZ to IT by Elena Zuccolo
Written in CZ by Anna Háblová

Aspettava davanti ai box prefabbricati strofinandosi le mani congelate. In lontananza, due cormorani sfrecciarono sopra il fiume. Un istante dopo ricominciò a guardarsi intorno in tutte le direzioni e rilesse l’SMS che le era arrivato la sera prima. “Ciao Petra, operazione depuratore domani ore 8. Appuntamento al ponte, vicino ai prefabbricati. A.”. Prima che il display si spegnesse, lo rilesse altre tre volte.

Il vecchio e il nuovo depuratore, che si spartivano le acque reflue dell’intera città, si ergevano uno dietro l’altro sull’isola, come se fossero le divinità del fiume. Mentre quello vecchio si innalzava dal suolo con le sue cisterne cilindriche, che su Google Maps assomigliavano a cerchi perfetti marchiati a fuoco nel grano da una civiltà extraterrestre, quello più moderno lavorava sotto terra, in segreto. Solo la sala di comando faceva capolino all’esterno.

Mentre i cormorani si spostavano sulla riva, le passò accanto un autocarro che si trascinava dietro una scia fetida. L’autista nemmeno la vide, concentrato com’era ad attraversare la stretta gola del ponte.

Finalmente, in fondo alla via, apparve una sagoma. «Salve Pirolgelb» disse Adam a mo’ di saluto. «Basta che tu abbia i colori. Ce li hai?», gli chiese Petra, pur avendone a sua volta una confezione nello zaino. Pirolgelb, che si potrebbe tradurre come “rigogolo”, era il nome del loro duo artistico, fondato all’università. Avevano adottato il nome del pigmento giallo fluorescente. Una volta ci avevano dipinto una villa antica in rovina, situata alla periferia della città. Nel giro di due mesi, il proprietario l’aveva fatta demolire, perché aveva trovato sui giornali la sua foto accanto a quella del rudere giallo canarino e l’idea di passare per quello che aveva lasciato perire una parte dell’eredità culturale non gli piaceva più di tanto. In poco tempo, il terreno si era ricoperto di erba e di piante pioniere. In seguito avevano dipinto lo stretto marciapiede lungo la tangenziale che attraversa il centro di Praga. La gente aveva paura di camminarci sopra e venire spazzata via dalle auto che sfrecciavano. È vero che il marciapiede non era stato allargato, ma grazie a quell’iniziativa Adam e Petra erano almeno stati ammessi all’anno successivo. Quando poi le gallerie indipendenti non avevano ottenuto i fondi statali, erano riusciti a catturare l’attenzione dei loro compagni di studi spargendo della nebbia gialla davanti al Ministero della Cultura. Lo smog giallo aveva spaventato tanto quelli del ministero che avevano recuperato i fondi per un ulteriore bando.

Questa volta il loro piano era di tingere le acque di scarico del depuratore, di condividere le foto sui social network e di inviarle ai giornalisti. Erano entrambi convinti della rilevanza del tema degli ormoni e degli antibiotici gettati nei water, che rimangono nell’acqua anche dopo aver lasciato il depuratore, influenzando il sesso dei pesci e l’esistenza degli altri animali che vivono nei pressi del tubo di scarico. Queste sostanze, attraverso il ciclo dell’acqua, tornano poi nell’acqua potabile e gli scienziati sospettano che aumentino l’incidenza dell’infertilità e del cancro alla prostata negli uomini. Entrarono da un cancello aperto, diretti al depuratore sotterraneo. Oltrepassarono la sala di controllo, che una volta Petra, per prepararsi a questa missione, aveva visitato nel corso di un’escursione aperta al pubblico. Ogni visitatore aveva ricevuto un casco e un gilet giallo riflettente. Che coincidenza. Il giallo è il colore del depuratore, aveva pensato Petra. La sala di controllo era occupata da due schermi giganti, suddivisi in finestrelle più piccole, che inquadravano le singole sale. In alcune delle finestrelle, le cisterne d’acqua assomigliavano a un’oscura sostanza gommosa, in altre il liquido si spostava veloce come uno stormo di uccelli.

A uno dei tavoli era seduto un uomo in là con gli anni, le cui pantofole non nascondevano i buchi nei calzini. Aveva delle stampelle, appoggiate a uno dei lati del tavolo, sull’altro lato erano posati un vasetto di miele e un sacchetto con dei panini. Aveva la barba e i capelli lunghi come Cristo. Era ingobbito su un monitor dove scorrevano numeri e grafici relativi ai processi chimici e biologici in corso, che compivano il miracolo di trasformare la merda in acqua, proprio come l’acqua era stata trasformata in vino durante le nozze di Cana. «Questo miracolo viene compiuto soprattutto dai batteri», aveva spiegato la guida entusiasta. «Si nutrono di feci e, quando muoiono, i loro corpi si depositano sul fondo formando una melma, che può essere facilmente rimossa, e l’acqua può passare alla successiva fase di purificazione». Il gruppo con i caschi aveva attraversato le singole sale come se fossero i vestiboli di un tempio, osservando il miracolo della metamorfosi. I raschiatori, che rimuovono le impurità dalla superficie, si muovevano a una velocità incredibile. Quando erano usciti dal depuratore, fuori non si vedeva più nulla e la presenza del tubo di scarico si percepiva soltanto grazie al fragore che emetteva.


Adam e Petra si trovavano accanto alla gola del ponte e, per non sembrare visitatori casuali, avevano indossato i gilet gialli che Petra aveva rubato dal tavolo vicino ai prefabbricati durante la visita guidata. Erano appoggiati sul tavolo assieme ai caschi. Aveva uno zaino abbastanza grande in cui sarebbero entrati anche i caschi, ma le era mancato il coraggio. Ora se ne era pentita, ma non c’era più nulla da fare. Avrebbero dato nell’occhio solo a metà.


Attraversarono il piazzale a passo svelto. Non videro nessuno da nessuna parte, solo una volta passò loro accanto un risciò a motore con un telone color cachi. All’improvviso una testa si sporse dal risciò e guardò nella loro direzione. «Questa sì che è bella», esclamò Adam sghignazzando, «che cazzo ci fa un risciò da queste parti?». «Non li avevi visti durante la tua visita?», le chiese con un tono di voce che nascondeva l’ombra di un rimprovero. Petra, scuotendo la testa, sprofondò sotto terra con lo sguardo. Un brivido le percorse la schiena. Raggiunsero il tubo di scarico, dal quale l’acqua sgorgava con una schiuma leggermente brunastra e si congiungeva alla Moldava formando delle rapide. Adam rimase un istante stupefatto dall’enorme quantità di acqua, ma si mise subito al lavoro. Passò a Petra la macchina fotografica e le mostrò il punto da cui sarebbe riuscita l’inquadratura migliore. Salì sopra il tubo di scarico e cominciò a scuotere un barattolo di plastica trasparente. Un polline giallo, che il vento non portò via, cadeva nell’acqua e si scioglieva. L’acqua si fece subito gialla come l’urina del mattino. Petra osservava Adam attraverso l’obiettivo e scattava foto con lui e senza di lui, avrebbero deciso dopo quali foto scegliere.

Il tubo di scarico si trovava oltre un argine roccioso, grazie al quale erano nascosti agli occhi dei lavoratori, ma non alla lente della telecamera che, dalla sala di comando, era puntata proprio su di loro. Una delle finestrelle sul monitor della sala di comando inquadrava infatti il tubo di scarico. Petra aveva stimato che ci sarebbero voluti all’incirca otto minuti prima che qualcuno li raggiungesse. Ma non aveva tenuto conto del risciò. Il tempo si riduceva così a due o tre minuti. Se ci prendono, pensò, ci uccideranno come in un film di fantascienza e, per punizione, nella prossima vita ci reincarneremo in due operai di un depuratore indiano. Rimuoveremo a mani nude dalla griglia i rifiuti non degradabili (assorbenti, profilattici, salviette, sacchetti o calze di nylon). E poi, con quelle stesse mani, mangeremo il riso sabji. Guardò le sue mani che reggevano la macchina fotografica di Adam. Fatto.

Petra sbirciò oltre l’argine. Non si vedeva niente da nessuna parte. Adam mise via in fretta la macchina fotografica e i barattoli vuoti. Petra guardò dall’altra parte, verso il fiume. Si vedevano i cormorani, seduti sulla riva opposta. Allungavano verso il cielo i loro lunghi becchi con la punta incurvata. Sembravano soddisfatti, forse avevano appena mangiato del pesce per colazione. Quando si voltò verso l’argine per guardare, vide arrivare il risciò. «Forza, muoviti, stanno arrivando», gridò, ed entrambi si misero a correre verso il cancello. Petra lo maledisse tra sé e sé. Com’era possibile che si fosse nuovamente lasciata convincere? A differenza di Adam, lei non si godeva affatto le loro maledette missioni adrenaliniche. Iniziò a sentire delle fitte al fianco. Sembravano infinitamente lontani dal cancello. Il risciò le si stava avvicinando, mentre Adam si allontanava. Ma quante cose si dovevano sacrificare in nome dell’arte? Le dava fastidio che all’università ci si occupasse più dell’aspetto concettuale che della pittura. Invece di fare ricerche sui colori, non si faceva altro che parlare. Non riusciva a capire perché si facessero solamente eventi sociali e performance. Nemmeno si scriveva più come una volta. Dov’erano andati a finire i tempi in cui si versava una lattina di Coca-Cola nell’angolo di una stanza per scrivere poi un testo teorico sulla società dei consumi? Sentiva le gambe pesanti. Il risciò non l’aveva ancora raggiunta, ma le sue gambe stavano ormai per arrendersi.

«Che cosa ci fate qui?», gridò un uomo. «Chiamiamo la polizia, la telecamera vi ha ripresi!»

All’improvviso Adam si fermò.

«Scappa!» gridò a Petra, sbarrando la strada al piccolo veicolo. Il risciò si fermò. Quando Petra fu al sicuro, oltre il cancello, si voltò. Adam stava estraendo la carta d’identità dal portafoglio.

Il suo gesto l’aveva sorpresa.

Si era fatto catturare al posto suo.


Non riusciva a ricordarsi come fosse tornata a casa, che cosa aveva visto per strada e se aveva incontrato qualche conoscente con cui aveva fatto due chiacchiere. Di punto in bianco si ritrovò a casa, si chiuse la porta alle spalle, gettò a terra lo zaino e la giacca e si buttò sul materasso, priva di forze. Osservò il suo ultimo quadro. Guardarlo la calmò un po’. Ritraeva un’aquila reale con le ali spiegate, che si era appena posata a terra. Petra amava dipingere gli uccelli. Per prima cosa versava i colori sulla tela, li diluiva con l’acqua oppure li spalmava su di essa servendosi di un’altra tela. Si creavano così delle forme eterogenee con strani dettagli. Partendo dalle chiazze casuali sulla tela dipingeva poi cormorani, cinciallegre, passeri, ciuffolotti oppure uccelli di fantasia, quello che le suggeriva la macchia. Ma questo non bastava per avere successo all’università. Adesso contavano di più le idee. I concetti. Le missioni. Gli avvenimenti. Non voleva passare per una cretina che faceva cose kitsch. Per questo si era unita ad Adam. E anche perché aveva delle mani così belle. Si addormentò pensando ad Adam e si risvegliò solo il mattino dopo.

Si alzò dal materasso e andò a fare pipì. Il liquido nella tazza del water le ricordò la missione del giorno prima. Che ne era stato di Adam? Era preoccupata per lui. Era stato coraggioso. Non l’aveva mai visto così. Allungò la mano verso il cellulare e compose il suo numero. Non le rispose. Aprì Instagram. Diede una scorsa alle foto ritoccate e si soffermò su quella di un uccello in volo postata dall’utente dianabeltranherrera. Modellava statue di uccelli fatte di pezzetti di carta dai toni intensi e le fotografava su uno sfondo colorato. Non aveva ancora fatto mostre, ma in cambio aveva più di sedicimila follower. Petra provò un misto di ammirazione e invidia e pensò amareggiata che non sarebbe mai arrivata a tanto. Ciò nonostante le inviò un cuoricino rosso, aggiungendosi agli altri cinquecentottantasei utenti che l’avevano preceduta. Subito dopo le apparve una foto di Adam con la scritta coming soon e sotto di essa i commenti impazienti e gli auguri dei suoi follower. Le sue spalle larghe si delineavano sopra una nuvola gialla sull’acqua gialla. Petra non vedeva l’ora di scoprire che cosa gli fosse successo e se fosse già riuscito a prendere accordi con qualcuno dei media. Gli inviò un messaggio. Vide che era online, ma non le rispose. Si mise a guardare fuori dalla finestra. Dai tetti illuminati del condominio di fronte capì che c’era il sole. Andò verso l’armadio e infilò le mani nel guardaroba. Scelse al tatto dei vestiti che le sarebbero potuti stare bene. Quel giorno aveva due lezioni e un laboratorio facoltativo di disegno del nudo. Era sicura che all’università avrebbe incontrato Adam.

Ma non lo incontrò. Nemmeno al laboratorio di disegno, dove abbozzò con il carboncino il contrapposto di una donna su una carta da pacchi di grandi dimensioni, mentre con la mano pulita controllava il display del telefono. La modella, una signora anziana, teneva una gamba allungata, l’altra piegata e la mano opposta sul fianco. L’asse del bacino correva diagonalmente, puntando nella direzione opposta rispetto all’asse delle spalle. In questo modo, l’intera figura disegnava una curva dinamica a forma di esse. La pelle era appesa al corpo come biancheria stropicciata. Il carboncino di Petra cercava con irriducibile insistenza sul foglio di carta tutte le anomalie e le deformazioni, proprio come avrebbe cercato la forma esatta del becco di un uccello.

Una volta a casa non fece altro che buttarsi sul materasso e guardare con apatia la televisione. Sullo schermo correva un’antilope, inseguita da vicino da una tigre. Prima che riuscisse ad azzannare l’antilope, Petra sbadigliò e girò su un concorso canoro. La telecamera alternava le riprese di un ragazzo con il microfono e dei volti dei giudici, che si contorcevano come se avessero mangiato un kiwi acerbo. Stava quasi per spegnere la tv, ma diede un’ultima chance a un canale che di giorno mandava in onda programmi per bambini e di notte si occupava di arte. Il redattore era seduto su una poltrona di vimini scura in mezzo a uno studio buio e stava giusto presentando un nuovo ospite. L’artista aveva una giacca blu e i capelli scuri, scarmigliati con cura, come se si fosse appena svegliato o se si fosse azzuffato con qualcuno. Alle sue spalle era proiettata una foto, nella quale spargeva una polverina gialla in uno scarico. Petra si sentì montare il sangue alla testa. Il redattore chiese ad Adam come mai si fosse deciso a fare una cosa del genere. Su che cosa voleva richiamare l’attenzione come artista? Adam ripeté frasi che Petra conosceva fin troppo bene. Le avevano formulate insieme. Non una sola parola né su Petra né sul loro gruppo. Era come se il gruppo Pirolgelb non esistesse. E non sarebbe mai più esistito.

Petra andò sul balcone, prese un pacchetto di sigarette che Adam aveva dimenticato una volta sul davanzale e se ne accese una. Il sangue si rilassò di nuovo come la panna quando viene montata troppo a lungo e si trasforma in grumi di burro e in uno strano residuo liquido. Sul marciapiede non c’era nessuno, solo i fanali delle auto baluginavano in lontananza. Il gusto della sigaretta non le piacque. La spense nel vaso con la salvia e con quella stessa mano diede al vaso uno schiaffetto che lo fece avanzare fin sull’orlo del balcone. Petra immaginò che sarebbe bastato dargli solo un altro colpetto e si sarebbe sbilanciato, cadendo in frantumi sul marciapiede.

Si ricordò della visita guidata al depuratore e delle parole della guida, che le aveva spiegato che l’edificio miliardario sotto terra non poteva essere ampliato per aggiungere altre sale. «Quando hanno progettato l’edificio, non si sapeva nulla degli ormoni», le sue parole risuonarono nella testa di Petra. «Non è possibile apportare alcun cambiamento». Petra guardava il vaso con apatia. Aveva dei solchi decorativi dipinti di smalto blu. Nella terra, accanto alle foglioline color cachi era infilato un uccello in plastilina con un fiocco. Forse era la cosa meno falsa.

Petra sfiorò il piccolo becco con un dito e con cura tirò nuovamente il vaso verso di sé.

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