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Original text "Sbírání sil k útěku" written in CZ by Ondrej Macl,
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Maria Gaia Belli

Estratto del capitolo "Sbírání sil k útěku" , tratto dal romanzo-reportage Výprava na ohňostroj, aneb o Evropské unii a mladých lidech , pubblicato da Nakladatelství Petr Štengl, 2019.

Published in edition #2 2019-2023

Raccogliere le forze per fuggire

Translated from CZ to IT by Elena Zuccolo
Written in CZ by Ondrej Macl

[...] Come un pivello, ero entrato nel locale poco dopo l'apertura, mentre i ragazzetti avevano appena cominciato a scaldare gli animi nelle birrerie vicine. In quel momento, sul parquet deserto, scorrazzavano ancora gli effetti luminosi, mentre il techno set introduttivo del DJ ricordava più il mantra di un monaco buddista che qualcosa di satanico. Dal riflesso umido sul pavimento era evidente che, appena mezz'ora prima, per la sala aveva volteggiato l'impresa di pulizie. E così mi ero messo a meditare sulla vanità del destino umano e ogni tanto andavo a prendere una birra, prima che al bar si formasse la fila per i cocktail. Se fossi arrivato più tardi, magari poi avrebbero fatto entrare solo le ragazze o al massimo le coppie. Per quanto riguarda le quote rosa, le discoteche hanno una consapevolezza mille volte più sviluppata della politica. Nessun locale al mondo è interessato a tipi come me, maschi beta che sorseggiano i superalcolici più economici.

E mentre la schiuma della birra cominciava a darmi alla testa, ecco che le prime Afrodite iniziavano a occupare i tavoli. Come sempre, quanto più bello era il loro aspetto fisico, tanto più se la tiravano. Al contempo, sul palco, ogni tanto iniziava a ballare qualche coraggioso con la chioma spettinata. Ma non appena si rendeva conto di essere più patetico che cool, dava ascolto alla sua coscienza, e smetteva immediatamente. Quindi niente, continuavo a bere. Dopo un attimo eccone altri due. Step touch, step touch, mambo... E poi nulla per un po'. Poi nientemeno ecco apparire i magnifici sette. Delle ninfe assodate dalla direzione, con indosso dei body tigrati molto sexy, erano addirittura saltate sui pali. E attenzione, all'improvviso tutti, ma proprio tutti, ci dimenavamo in quel calderone, compreso il fotografo del locale, con la sua lampeggiante Olympus modello E-M10, e se non era quest'euforia collettiva a essere definita nell'antichità "dionisiaca", allora, accidenti, non so proprio che altro potrebbe esserlo!

L'eletta, che avevo seguito nella discesa verso quel ballo infernale, non ha né seno né volto, la chiamano Morte. La cacciatrice infallibile di tutti i cacciatori. Non appena riesco a sintonizzarmi con il respiro e con il movimento del corpo su uno stato mentale depersonalizzato, sono in grado di sopportare le sue fredde carezze. È il mio modo di liberarmi dalle frustrazioni, purificandomi con l'acqua dell'oblio. Di cancellare per un istante Andrea e tutte le difficoltà quotidiane, ma anche il mio fardello, la mia storia. Mi sciolgo in una risata e in un ballo che, pur avendo origine da antichi riti sessuali, nasconde, oltre la tenda della beatitudine, la porta verso il nulla. È come se il nulla precedesse l'evoluzione dell'uomo. Ed ecco che all'Inferno (in che altro luogo se non all'inferno?) ero riuscito a raggiungere la soglia di quella porta! Brillo, in un'orgia di persone senza nome, con l'accompagnamento della musica meccanica proveniente dai portatili, dalle casse acustiche e da altri strumenti, avevo invitato la morte a ballare; e lei aveva accettato.

Dimenticare. Dim ntic re... D m re... Tunz, tunz, runz, tunz, tunz, tunz. Ed ecco che all'improvviso, in quella mia morte, era apparso un angelo. Non abbiate paura, non sono passato all'esoterismo da due soldi, anche se in quel momento non avevo un senso chiaro della realtà. Per farla breve, allo scoccare della mezzanotte, il manager del club aveva preparato una sorpresa: un piccolo show teatrale. Le ninfe erano scese dai pali ed erano scomparse nei camerini. E l'angelo, che si dondolava come un acrobata sulle funi sospese in aria sopra il podio, era uno spogliarellista alato con indosso soltanto un tanga rosa e un violino in mano. Forse poteva anche trattarsi di una spogliarellista, a quell'altezza non riuscivo a distinguere così bene. Diciamo che era una via di mezzo, un terzo sesso, come succede agli angeli. E le sue ali naturalmente erano finte, di quelle che si trovano in tutti i negozi che noleggiano costumi di carnevale. Anche il violino sembrava un modellino di plastica; ma tutto ciò era irrilevante.


Non appena l'angelo aveva appoggiato l'arco sulle corde, il DJ era passato dai set portatori di morte al remix di un concerto per archi. Anche sulla base delle straordinarie videoproiezioni che accompagnavano lo spettacolo, avrei scommesso che si trattava della Musica per i reali fuochi d'artificio di Händel, in origine composta per un'orchestra di fiati. Gli altri, manager compreso, erano pienamente appagati da quell'illusione di una musica elevata ormai estinta, appartenente a un'epoca antecedente alla nostra preistoria. E siccome non avevano idea di come si ballasse, rivolgevano incuriositi verso l'alto le loro videocamere tascabili. E con l'altra mano proteggevano i loro occhi rossi dall'ondata di luce.

Un violinista in tanga, all'inferno, in playback. Sarebbe stato del tutto assurdo, se non avesse ridestato in me anche qualcosa di sacro, che lì dentro stavo cercando di soffocare. Quando l'angelo alzava l'arco, volavano scintille, come quando si salda l'acciaio, e quel suo arco mi si era conficcato dritto nel cuore. Suvvia, questa non era più la morte! Questo era un messaggero se non degli dei, almeno della vita, dell'amore e di tutto. Naturalmente, sotto sotto, era solo uno stupido uscito da una palestra o da un centro massaggi, che si fingeva alato e al quale nessuno credeva. Come una stellina scintillante nelle tenebre rotolanti del ciclo della vita... niente di più. In questo caso però si trattava di un intervento che era involontariamente rivolto solo a me, e la cui intensità sarebbe durata per sempre. Chi si oppone ai suoi desideri giovanili, riceve abbastanza spesso questo tipo di segnali. A volte si manifestano nei sogni, altre volte attraverso una carenza di felicità proprio nel momento in cui uno dovrebbe essere al culmine della gioia. Al contempo però le persone inventano delle tecniche per reprimere i loro sensi di colpa e spesso la loro vita acquista un nuovo significato proprio nella lotta contro questi sensi di colpa.


[...] No, non mi posso ancora sistemare. Sottoscrivere un contratto a tempo indeterminato con il datore di lavoro senza versare una goccia di sangue. Non mettermi il profilattico prima di fare l'amore, infilare invece l'anello di fidanzamento al dito di Andrea. Scegliere un nome non al prossimo personaggio letterario bensì a un futuro neonato, elevando così in questo libro della vita i nostri genitori al grado di nonni. Non assumere un ruolo nel capitolo finale della Stirpe (lasciamolo all'apocalisse), ma creare le condizioni affinché questa continui sotto forma di sitcom. Realizzare per me stesso l'antico sogno borghese, diventare una staffetta, un punto di passaggio, sacrificarmi. Che la poesia si riduca pure al distico ormai usurato l'amore si paga, in questo caso con la busta paga. Anche se la gravidanza dovesse liberare Andrea dai dolori mestruali, io invece vedendo la sua pancia lievitare mestruerei psicologicamente. Non lo voglio quel bambino! Lo butterò giù dalla finestra della clinica, oppure spingerò la carrozzina sotto il tram. Sono io il bambino più importante, in mezzo alla gente sono un orfano che ha rischiato l'aborto. Capite? C'è qualcuno qui che parla il ceco? Bisogna salvare questo bambino!

Col fiato rimasto aggiungo che non voglio boicottare l'attuale ordine sociale. Non voglio diventare un alieno o l'altra faccia della medaglia. Non soccomberò al romanticismo dei dannati (ho conosciuto fin troppi poveracci). Mio padre lavora come assistente sociale per le strade, quindi da quando eravamo bambini passiamo la Vigilia di Natale a tavola con i barboni, che non piacciono a nessuno. Anche se un giorno doveste decidere di seguire le loro orme (ma loro solitamente non hanno preso nessuna decisione), la strada e i delatori vi darebbero tanto filo da torcere che della voglia di libertà non resterebbero altro che denti spezzati.

Un'altra soluzione? E se continuassi a studiare, se prendessi la laurea magistrale per poi diventare professore? Se diventassi un'autorità che tuona dall'alto della sua torre solitaria, con vista sulle case familiari, in difesa dei diritti dei più deboli? Chi non ha abbastanza forza da farsi prete, può sempre sposare l'ordine degli accademici. Può sottomettere la sua giovane mente alle leggi delle infinite relativizzazioni, confutazioni e polemiche nelle quali l'arida precisione soppianta il coraggio, così che le idee diventano di colpo ipotesi, le ipotesi diventano rimandi ad altre ipotesi e i rimandi diventano un sussurro a piè di pagina... E il saggio scrive, finché non gli restano altro che braccia incapaci di abbracciare.

Avevo mentito a me stesso, convincendomi che dopo aver disdegnato una vita sul fondo e su altitudini dimenticate da dio, era ora di prendere in mano il destino dal quale avevo avuto origine: il destino dei miei genitori. Di aggrapparmi all'amore, di cui avevo scritto così a lungo, e di richiudere con le partecipazioni il buco lasciato dal loro divorzio. Di mantenermi grazie a un lavoro, visto che fino adesso ero stato mantenuto dagli altri. Proprio ora che tutto mi si offriva come un sentiero scavato da secoli che conduceva dritto alla tomba, lo spogliarellista aveva sventolato improvvisamente le ali, la musica sognante dell'infanzia aveva sollevato il fumo delle sigarette e io, volente o no, ero stato costretto a fare dietro front. Ed ecco che dall'inferno, in una notte deserta, stavo tornando da Andrea e al tempo stesso dentro di me la stavo lasciando. D'ora in avanti avrei avuto un unico chiodo fisso in testa: inventati il tuo destino. Con passione. Senza riguardi per nessuno. Anche se questo significasse tentennare tra una possibilità e l'altra e, alla fine, non sceglierne nessuna.

A chi non conosce la propria strada, zio Google indica il cammino. In origine si trattava di un progetto di dottorato al servizio della digitalizzazione delle biblioteche, che grazie a un comodo algoritmo per la ricerca delle informazioni, ha scalato la vetta diventando il motore di ricerca preferito e uno dei brand più prestigiosi al mondo. Gli altri brand, per migliorare la propria posizione, hanno reagito inviando montagne di spam.

Un così facile accesso ai dati ha provocato inoltre il boom dell'informazione-spazzatura. Accanto al tasto "Cerca con Google" c'è il tasto "Mi sento fortunato", che vi manda direttamente alla prima pagina che cercate. Allora ho digitato nel motore di ricerca una frase tipo "dopo gli studi non voglio lavorare, che cosa faccio?" e la tastiera mi ha teletrasportato verso un'intervista sullo stile di vita di una cosiddetta volontaria europea. Dopo un paio di frasi nebulose come "un'esperienza unica", "migliorare il mondo" oppure "ho trovato il senso", accompagnate da selfie ben curati, c'era il link a una pagina piena di progetti concreti. Dopo averci cliccato sopra, era saltata fuori l'ancora valida offerta di un anno di volontariato nella cittadina francese di Bordeaux, con il patrocinio dell'Unione Europea. Dalla breve presentazione non era chiaro quale fosse lo scopo del soggiorno. Probabilmente tutto e niente, con tempo libero a sufficienza. I volontari dovevano essere dodici in tutto, provenienti da paesi diversi, il che, in confronto ad altri progetti per due o tre infelici isolati in un bosco, lo faceva risaltare ancora di più. E le spese di vitto e alloggio erano a carico dell'Unione Europea.

[...] E se mi sporcherò le mani con la propaganda europea? Ma mi faccia il piacere, al giorno d'oggi si può essere puliti? Mi verrebbe quasi da dire "scegli la tua propaganda e amala", se non dipendesse dalla situazione che si prende in considerazione. Dopo la caduta del comunismo, che chiamava compagno persino lo spazzolino da denti, compagna la pasta dentifricia e comitato centrale le labbra, da noi andava di moda la purezza politica. Con la condanna della retorica propagandistica dell'epoca, talmente fossilizzata da essere ormai ridicola, per poco non abbiamo iniziato a disprezzare la politica stessa. A distanza di un quarto di secolo, alla gente è diventato fortunatamente chiaro che anche l'antipolitica naïf altro non era che un trucco di pochi personaggi abili, che all'ombra dei manifesti elettorali, si erano spartiti la ricchezza nazionale. Ora, finché abbiamo un tetto sulla testa, è il momento di prendere seriamente in mano la democrazia. Dobbiamo sfilare per le strade, prima di finire su una di esse. Mi sembrava quantomeno istruttivo imparare come funzionano le cose in Europa dal punto di vista politico, anche se poi si fosse tramutato in una delusione.

Nel 2004, quando la Repubblica Ceca è entrata a far parte dell'Unione Europea, avevo quasi quindici anni. Non avevo ancora scoperto l'opera, quanto piuttosto i piaceri dell'onanismo, oppure il vecchiume della chiesa cattolica, che tempo prima aveva per me rappresentato il surrogato di una madre. In base a qualche spezzone visto in televisione, ricordo la cerimonia di adesione come un evento solenne, che non aveva suscitato particolari critiche. L'allora presidente da un lato aveva presentato domanda di adesione all'Unione Europea, ma dall'altro, nel referendum sull'ingresso, aveva espresso, insieme agli oppositori che rappresentavano un quinto dei votanti, un voto contrario. In modo provocatorio, aveva poi trascorso la cerimonia sul Monte Blaník, i cui mitici cavalieri, che si erano già sottomessi alla NATO, dovevano ora aderire alla Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC). La sua opposizione si era intensificata tre anni più tardi, con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che lui considerava come una deriva dell'Unione, "dalla liberalizzazione all'unificazione", in altre parole, dalla libertà all'uguaglianza, dall'imprenditore ceco al comunista europeo.

Io mi rendevo conto di entrambe le cose, sia dell'abbondante afflusso di dotazioni, simbolizzato dal cerchio di stelle dorate sugli edifici più svariati, sia delle critiche sul rigore delle direttive introdotte, che avevano messo in ginocchio più di un ristoratore e più di qualche agricoltore. Solitamente, quando però riuscivo a penetrare nel modo di argomentare europeo, legato a un settore specifico, questo mi sembrava, nella sua erudizione, molto più interessante rispetto all'autodifesa da osteria dei rappresentanti del popolo ceco, dei quali non condividevo la sensazione trita e ritrita della "colonizzazione a opera di Bruxelles". Perché ridurci a una provincia mentalmente impotente, se nella logica del progetto europeo dovevamo diventarne i co-creatori? Al contempo ero grato all'Unione per l'Erasmus, sia pure così incasinato, solo durante una visita a Bruxelles avevo iniziato a smaltire la sbornia.

A poche ore di autobus da una Parigi sporca, ipocrita e allo sbando, ero stato accolto dalla vetrina dell'Europa: una città a metà strada tra una pasticceria di lusso, di cui sarebbero andate matte le dame che frequentavano le stazioni termali, e un complesso di edifici sfarzosi, dove aveva sede il Potere. Lasciate che vi dica una cosa: anche se in questo posto dimorassero gli dei, sarebbe comunque necessario fare attenzione a ogni tipo di potere, ci fosse anche una sola vittima di ingiustizia. Non ci si deve lasciar cullare dal suono degli slogan. Bisogna stare sempre dalla parte dei deboli. Questa è la base dell'essere intellettuale, così come l'ha definita Émile Zola: non si tratta di incomprensibile furbizia, anche se spesso viene dipinta in questo modo. L'intellettuale è un erudito che dimostra coraggio, sia pure a scapito della propria carriera.


Se le prime impressioni di Bruxelles mi avevano scosso, paradossalmente era stata la visita al Parlamentarium, il centro visitatori super moderno dove mi ero ripromesso di approfondire il mio interesse per l'UE, a fare il resto. Purtroppo era una cosa talmente banale che poteva sembrare ufficiale soltanto a un bambino. Nemmeno le tecnologie più avanzate erano infatti in grado di nascondere la nudità dell'unico pensiero che sembrava librarsi nell'aria: l'Unità nella diversità ci proteggerà dalla terza guerra mondiale. Mi sarei aspettato un pensiero diverso; così non era altro che uno slogan che si era ripetuto sotto forma di fumetto, uscito dalla bocca dei maggiori pensatori dei secoli appena passati (da Churchill a Wagner, Camus o Kafka). Mi sentivo offeso. Quella spregiudicatezza nel tratteggiare destini diversi, senza far risuonare il vero destino dell'unione, con tutte le sue contraddizioni, le sue sconfitte, i suoi dubbi... che invece sarebbe stato credibile.

Accettai dunque quell'incarico annuale di volontariato europeo, per avere la possibilità di entrare in quel vuoto e per creare grazie ad esso il mio destino. "È l'ennesima fuga!", tuonava la coscienza ceca, anche se sarete d'accordo con me che ad allontanarmi erano proprio tutte le cose ceche, il nocciolo duro, ovvero metti radici, costruisci una casa, metti al mondo un figlio ingrato. Avevo cercato una scialuppa di salvataggio che mi portasse lontano da tutti quei viali alberati, da quelle città e da quei reparti di maternità, i cui sostenitori falliti non fanno altro che aspettare il giorno della vostra sconfitta. E quella scialuppa mi era stata offerta, era stato sufficiente scendere nel cuore dell'inferno. I cechi non conoscevano il progetto, oppure erano pigri e non volevano mettere fuori il muso dalla loro tana, quindi, nonostante ci fosse l'obbligo di ammettere al progetto un solo ceco, avevo cercato invano dei concorrenti. Mi avevano preso subito, senza nemmeno leggere il mio curriculum vitae.

Mi ero quindi fatto coraggio per dare l'annuncio ad Andrea. Era diventata bianca come un cencio, non capiva più niente: «Ci siamo appena messi insieme e tu all'improvviso te ne vai?».

«Tesoro, scusami...», avevo detto, evitando il suo sguardo, «è questione di vita o di morte.»

«Tesoro?! Sei un egoista che non sa cosa vuol dire amare.»

E forse il fatto che avesse colpito nel segno, smascherando la mia arroganza da teorico dell'amore, mi impedì di lasciarla. Dovevo ammettere che, se il nostro rapporto attuale era tenuto insieme soprattutto da sesso e banalità, la distanza avrebbe potuto permetterci di approfondirlo notevolmente oppure di sfasciarlo senza bisogno di un taglio netto. A favore di nuove emozioni e di nuovi amori! In passato avevo avuto una simile relazione a distanza con dio, finché non aveva smesso di rispondermi.

Al posto di dio, mi era rimasto un padre in carne, un bonaccione caritatevole che a proprio discapito si sarebbe fatto in quattro per gli altri. Lo avevo trovato davanti al computer, stava guardando un film d'azione americano scaricato da un server pirata. «Che c'è?», mi aveva domandato irritato, mentre si toglieva le cuffiette, intuendo che avevo qualcosa da dirgli.

«Me ne vado in Francia per un anno.»

«Ti serve qualcosa?»

Non mi dici nient'altro? Non mi chiedi dove e perché e che cosa ci vado a fare? Volevo solo salutarti. E allora?... A differenza della mamma, io tornerò. Possiamo sentirci via Skype, come se non fossi mai partito. Con un portatile siamo a casa ovunque ci sia una presa elettrica e la connessione a Internet. Forse online chiacchiereremo di più che continuando a vivere nella stessa città. Ebbene, in questo consiste il contributo della distanza, nell'assoluta necessità di condivisione. Nella cortesia, che grazie all'addio, nasce laddove prima mancava.

Non preoccuparti, papà. Ti stanno morendo delle persone sul monitor. Parto in coproduzione con l'Unione Europea per vivere il mio film.

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