Capitolo 9 - Il club di lettura “Le Dentiere”
In quel loro club [il club di lettura “Le dentiere”], Vira Petrivna aveva deciso di comportarsi come faceva un tempo a scuola con i bambini: proprio come gli anziani di oggi, anche loro non avevano granché voglia di leggere. Durante il suo terzo anno di insegnamento, la giovane Vira Petrivna aveva fondato un club di lettura chiamato “Pagine interessanti” per le classi di scuola media. Aveva persino disegnato un volantino con il nome. Tra gli alunni, però, qualcuno vi aveva aggiunto di nascosto tre lettere, e così le “Pagine interessanti”, nel giro di una notte, erano diventate non-interessanti.
A quel punto Vira Petrivna aveva deciso di agire in modo più astuto: non li costringeva a prepararsi per il club di lettura, li riuniva tutti nella biblioteca della scuola e si metteva a leggere a voce alta. Leggeva, le sembrava, quello che poteva essere più interessante per un adolescente scettico: L’isola misteriosa, L’isola del tesoro, I figli del capitano Grant e, naturalmente, I toreri di Vasjukivka”1. Così il ghiaccio cominciò a sciogliersi. All’inizio brontolavano, pur rimanendo seduti ad ascoltare. Poi borbottavano sempre meno. E alla fine, a poco a poco, si mettevano a leggere anche loro.
1 Toreadori z Vasjukivky di Vsevolod Nestajko è una trilogia di libri per l’infanzia scritta tra il 1963 e il 1970 e considerata una delle opere più importanti della letteratura ucraina tardo sovietica per ragazzi. [N.d.T.]
Vira Petrivna applicò questo metodo efficace e collaudato sugli alunni anche al club “Le dentiere”. La scelta del libro per la prima lettura collettiva fu piuttosto inaspettata: Harry Potter. Da quando l’aveva letta ad alta voce per la prima volta alla sua Polina, la storia del giovane maghetto le stava davvero a cuore. Era stato quattro anni prima. La nipotina non ne voleva sapere di leggere, allora Tolja, sapendo che la madre aveva del talento nel far appassionare i bambini alla lettura, le aveva portato Polina per le vacanze e con lei anche i primi tre volumi di Harry Potter, scelti dalla nipotina in libreria.
La nonna leggeva a Polina ogni sera. La bimba era entusiasta, così come Vira Petrivna. Due lettrici con sessant’anni di differenza. Tutta la storia sulla scuola di magia era così piena di luce e buoni sentimenti che, dopo aver letto le prime tre parti, Tolja dovette tornare da sua madre e Polina con il resto della saga. Vira Petrivna non aveva quindi alcun dubbio che la storia di Harry Potter sarebbe piaciuta agli anziani soci del loro club: i vecchi sono proprio come bambini. Tuttavia, la scelta del romanzo destò sorpresa tra gli anziani.
«Bah» Nina Mykolaïvna fu la prima a reagire. «Pensavo che avremmo letto qualcosa di interessante sull’amore, invece ha scelto la magia».
«La magia non è così male» aveva ribadito Jazva. «Forse capiremo come congelarle la lingua».
«Se non vi interessa, state zitte» brontolò Demydovyč rivolgendosi a entrambe, prima che Nina Mykolaïvna avesse il tempo di rispondere. «Legga, Vira Petrivna, non dia retta a nessuno». E Vira Petrivna aveva iniziato a leggere. Ma la lettura veniva continuamente interrotta dai commenti, principalmente delle sue vicine e di Kambala. E se San Sanyč si limitava a una frequente ma breve replica di “che diavolo”, Nina Mykolaïvna invece si immedesimava in toto con i personaggi. Perlopiù ad alta voce.
«Quindi cos’è, un orfano? Oddiooo, povero bambino!».
«Ma i suoi genitori che sono così famosi, è perché sono artisti o cosa?».
«Beh, ovvio che gliene ha dette di tutti i colori! Allora, Petrivna, la sua di lingua non si è ancora ingarbugliata? Se va avanti a dire queste cose, stia tranquilla che la demenza se ne starà lontana».
«Ma perché lo prendono sempre in giro? Perché è occhialuto o cosa?».
Nina Mykolaïvna commentava tutto ciò che sentiva: l’aspetto dei personaggi, le loro relazioni, i loro nomi e quelli delle Case2, i loro atteggiamenti, le ipotesi su dove si nascondesse il vero male. Vira Petrivna si limitava a sorridere. La vicina, con le sue domande e osservazioni, le ricordava molto la sua Polina. Ma a Jazva i commenti della loquace Nina Mykolaïvna non divertivano affatto, anzi la irritavano. Finché a un certo punto perse la pazienza.
«Basta, ne ho abbastanza» disse ad alta voce, alzandosi in piedi. «Per me l’incontro del club di lettura per oggi si chiude qui. Verrò al prossimo, se spegnerete questo giradischi». E fece un cenno ostentato a Nina Mykolaïvna.
2 La Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts che frequenta Harry Potter è divisa in quattro Case: Grifondoro, Tassorosso, Corvonero e Serpeverde. [N.d.T.]
«Ma che ho detto?» rispose indignata. «È solo un club. Dobbiamo starcene seduti e zitti come dei morti?».
Ma Jazva non la ascoltava già più, si era incamminata lentamente verso la porta. Per alleggerire un po’ l’atmosfera, Vira Petrivna chiese ai partecipanti de “La dentiera” se avessero delle domande, così da discuterne insieme.
«Io ne ho» si fece avanti Nina Mykolaïvna.
Per un attimo tutti aspettarono che qualcuno se ne uscisse con un “chi l’avrebbe mai detto”, ma nella sala regnava il silenzio.
«Se aveste una bacchetta magica come quella di Garik3» Nina Mykolaïvna continuava a chiamare Harry Potter così. «Voi, povere creature, che incantesimi fareste?». «Farei in modo che finisse la guerra, ovviamente» Vira Petrivna rispose per prima. «E che non venisse più ucciso nessuno» aggiunse Demydovyč al suo desiderio. «Io chiederei che la mia mano possa tornare a disegnare» dichiarò l’Artista. «Io che qualcuno tappasse la bocca a tutti voi per almeno dieci minuti» esclamò all’improvviso Jazva, in piedi sulla soglia.
Nessuno aprì bocca. Solo Kambala iniziò a ridere fragorosamente. A lui quelli de “Le dentiere” non piacevano granché, ora qualcuno li aveva finalmente rimessi al loro posto. E per di più in modo davvero buffo. Vira Petrivna era l’unica a non sembrare particolarmente divertita. Riuscì a stento a non rimproverarlo. Kambala, invece, non si trattenne affatto. Verso sera, mentre la vicina annaffiava le piante di astro in giardino (a Vira Petrivna, chissà come, era venuta una gran voglia di lavori manuali, e Stepanivna le aveva solennemente consegnato la canna dell’acqua), l’uomo, passando con la sua sedia a rotelle, le aveva lanciato un commento beffardo:
«E dov’è la sua bacchetta magica? Magari avrebbe fatto venir giù un po’ di pioggia». «Non è affatto divertente» aveva risposto Vira Petrivna pacatamente.
«Come no, sì che lo è!» ridacchiò Kambala.
Vira Petrivna posò lentamente la canna a terra, si girò verso il vecchio Kambala e lo guardò dritto negli occhi, o meglio, nell’unico occhio.
«San Sanyč, mi dica, com’è che mi sta sempre addosso?» disse e, all’improvviso, imitando per filo e per segno il tono di Nina Mykolaïvna, lo mise a tappeto. «O forse si è innamorato di me, eh?».
«Io?!» esclamò Kambala sorpreso.
«Beh, io no di certo!».
E Kambala, invece di rispondere, arrossì, diventò paonazzo e assunse tutte le possibili sfumature di rosso, incluso il color barbabietola. Come se non fosse un vecchio nonno con una vita intera alle spalle, ma un audace studentello di seconda media, messo in imbarazzo e alle strette da una compagna di classe.
3 Si tratta di una deformazione colloquiale e popolare del nome Harry, usata qui in tono ironico da Nina Mykolaïvna per riferirsi a Harry Potter. Richiama una pronuncia tipica del parlato russo-ucraino (suržyk). [N.d.T.]
«Non mi sono innamorato di nessuno, io!» rispose impacciato, rendendosi ancora più ridicolo. «Ma guarda che fenomena, che cosa non si inventa...».
Vira Petrivna sorrise in risposta: sì, i vecchi sono come i bambini. Sentì che quella era una buona occasione, finalmente, per parlare a quattr’occhi con Kambala, perché dietro quel vecchio tutto burbero e irto come un riccio c’era sicuramente qualcosa di umano.
«San Sanyč, lei una famiglia non ce l’ha?» chiese con prontezza Vira Petrivna. «Ho una figlia e un nipote» senza sapere perché, le rispose.
«E dove sono?».
«Mi pare da qualche parte in Inghilterra o in Irlanda. Dove non li ha mandati la vita!...». Così Kambala si mise a raccontarle della figlia. Fino al 2014 Julija viveva a Donec’k, lavorava in fabbrica, aveva un buon lavoro e buone prospettive. Ma aveva cresciuto il figlio da sola: il marito l’aveva lasciata quando era nato il bambino. Kambala non le era stato di grande aiuto. In primo luogo, perché il suo rapporto con Julija non era mai stato dei migliori. Da bambina l’aveva tirata su con severità e disciplina. Non era mai stato bravo con le smancerie. Ora capiva che, forse, aveva sbagliato. Non c’era motivo di amarlo particolarmente. In secondo luogo, anche se San Sanyč avesse voluto aiutarla materialmente, come avrebbe potuto farlo? Certo, quand’era più giovane guadagnava bene. Ai tempi in cui il Donbas sfamava tutta l’Unione Sovietica. Ma con Gorbačëv le cose erano peggiorate. Gli stipendi venivano pagati in ritardo, le condizioni nella miniera erano pesanti, un incidente dopo l’altro. Scendevi sottoterra e non sapevi se ne saresti uscito vivo. E poi Kambala ricordò, con particolare amarezza, lo sciopero dell’Ottantanove4, gli operai che battevano sui caschi, chiedendo di essere trattati come essere umani.
«Questi nostri scioperi erano una cosa senza speranza...» sospirò. «Poi si sono inventati la storia del far casino sul Majdan, ma noi a quei tempi non avevamo di che comprarci il pane. Quindi ci mettemmo a scioperare duro».
Ma Kambala non aveva partecipato alle manifestazioni dei minatori dei primi anni Novanta. Nella loro miniera c’era stato un incidente. Proprio quel giorno era sceso giù. Cinque persone morirono e una decina si ferirono. Kambala rimase invalido. Si ruppe la colonna vertebrale e si ferì un occhio, che non fu possibile recuperare. Si ritrovò così senza lavoro, senza un occhio, su una sedia a rotelle e con una misera pensione di invalidità. E anche quella concessa a fatica. La figlia studiava all’università di Donec’k. Per poterla mantenere, la moglie Kateryna si era licenziata dalla miniera dove lavorava alla portineria (lei e Kambala si erano conosciuti lì), ed era finita a lavorare a Chabarovsk, nell’estremo oriente russo. Il lavoro era duro, le condizioni disumane. Vivevano come bestie, in baracche. E una notte, in quella specie di dormitorio, scoppiò un incendio. Katja morì soffocata dal monossido di carbonio, non riuscì a scappare. Il corpo fu
4 Nel luglio 1989, nei territori del Donbas, minatori e operai sono entrati in sciopero, facendo scoppiare una delle proteste più grandi mai viste dell’Unione Sovietica tardo-socialista. Chiedevano riforme e un miglioramento delle condizioni di vita e lavoro. In autunno, parte del movimento si è poi unito alle manifestazioni studentesche a Kyjiv della cosiddetta “Rivoluzione sul granito”, considerata il “primo Majdan” ucraino. [N.d.T.]
rimpiatrato solo dopo un mese. Dopo quell’episodio, Kambala, che aveva sempre avuto un’inclinazione per il bere, sprofondò nell’alcol. Si scolava tutto quello che prendeva fuoco. «Ad essere sincero, volevo solo morire. Che vita era quella? Avevo lavorato come un dannato in quelle miniere sin da quando avevo diciassette anni. E poi, bam, mi sono ritrovato su una sedia a rotelle, un buono a nulla. Nessuno mi filava di striscio».
In realtà, ogni tanto la figlia andava a trovarlo, portava il padre a Donec’k da un’anziana donna che, secondo San Sanyč, lo curava dall’alcolismo. A volte funzionava anche, finché lui non riprendeva a bere e perdeva di nuovo il controllo. Visse così per anni.
«Poi è iniziata la guerra» continuò. «All’inizio non avevamo capito cosa stesse succedendo. Qualcuno picchiava qualcun altro in piazza, e quindi? Abbiamo fatto la rivoluzione, cazzo, abbiamo fatto cadere il governo. E poi hanno iniziato a sparare. Sopra il nostro villaggio granate in continuazione».
La figlia di Kambala e il nipote lasciarono subito Donec’k. Prima se ne andarono a Kyjiv, dove abitarono per un po’ da alcuni conoscenti. A quei tempi per gli abitanti di Donec’k affittare casa non era facile. Poi Julija trovò lavoro, affittò un appartamento e tre anni fa finalmente ne comprò uno a Irpin’. Kambala, invece, non lasciò subito il Donbas. Visse per quasi un anno nella zona grigia pensando che presto tutto sarebbe finito. Ma nel 2015 la figlia lo convinse a trasferirsi qui, direttamente in questa casa di riposo. Di vivere insieme non se ne parlava neanche. Non sarebbero andati d’accordo per via dei loro caratteri. Anche se in realtà erano uguali. Glielo disse suo nipote una volta, quando ancora gli telefonavano. Ora però sembrava se ne fossero dimenticati. L’ultima volta che avevano chiamato San Sanyč era stato quando erano partiti per l’estero. Al loro ritorno, Kambala non ci credeva più. Il loro appartamento è stato danneggiato, chissà quando lo avrebbero ricostruito. E poi il nipote aveva già diciassette anni. Ancora uno e sarebbe entrato nell’esercito. Quindi meglio che se ne stesse altrove. Che tornino solo quando lui morirà, così da sappellirlo come si deve. Non che se lo sia meritato per essere stato un buon padre e nonno, ma il sangue non è acqua.
Vira Petrivna non era pronta a tanta confidenza: annuiva in silenzio. E rifletteva. Si chiedeva quanti altri segreti nascondeva quella Casa, quante piccole e grandi sofferenze vivevano dentro queste persone anziane e scontrose.
«Quindi non mi sono innamorato di lei» le disse all’improvviso Kambala. «Solo che la vita è una stronza, una cagna, quindi ti metti a ringhiare a tutti».
Vira Petrivna tacque per qualche secondo, poi si girò verso di lui e disse:
«Venga al nostro club di lettura. Alla fine l’abbiamo rinominato “Denti finti”. Andremo avanti».
«E che diavoleria sarebbe?» chiese di nuovo e, senza aspettare risposta, aggiunse: «Grazie, non ce n’è bisogno. Nella vita non esistono miracoli. Che cacchio di senso ha cercarli nei libri?». Kambala mise le mani sul manubrio con slancio e si allontanò bruscamente verso la Casa. Vira Petrivna lo seguì con lo sguardo in silenzio. Lo guardava e pensava: “Forse i miracoli davvero non esistono, ma quanto vorrei invece poterci credere”.