AREA 24
Per tutta l’estate Luke si era sentito al settimo cielo per aver compiuto un'azione così importante. Aveva salvato la vita a una pianta il cui destino, quel freddo inverno, sarebbe stato sicuramente quello di riscaldare quella vecchia testa pelata dello zio Tom. L’albero era cresciuto diramandosi e Luke aveva sperato di poter presto raccogliere qualche ciliegia dai suoi rami. Aveva letto che un ciliegio inizia a dare i suoi primi frutti solo dopo quattro anni, un tempo che gli era sembrato incredibilmente lungo. Eppure, quegli anni gli erano volati davanti agli occhi come su un treno ad alta velocità.
Nessuno aveva scoperto il suo albero segreto e, in effetti, non era cresciuto quanto lui si era aspettato in base alle sue letture. Era più piccolo, il tronco era più sottile di quanto avrebbe dovuto essere e la chioma non era così folta come quelle che aveva visto nei libri. Credeva fosse così per colpa del suo inizio difficile. Il mondo aveva scartato quell’albero, l’aveva sputato sul ciglio della strada come fosse un nocciolo sterile, dimenticato e inutile. Quella primavera però, dopo la fioritura, aveva notato dei piccoli frutti verde chiaro, nascosti timidamente dietro le foglie, che man mano erano diventati sempre più rossi e durante l’estate si erano scuriti. Dopo così tanto tempo, non vedeva l’ora di assaggiare una sua ciliegia, per quanto strana questa potesse sembrargli e, infatti, non assomigliava né a quelle delle riviste, né a quelle del frutteto dello zio Tom.
Flo era vicino a lui quando raccolse il primo frutto dall’albero. La chioma era arrivata quasi fino alla punta del piccolo pollaio e, a giudicare da come stava procedendo, a breve Luke avrebbe potuto rivelare con orgoglio il suo segreto a tutti. Aveva staccato una pallina rosso scuro dal picciolo e l’aveva messa in bocca. Il gusto era tra il dolce e l’asprigno. Fino ad allora ne aveva mangiate di casse di ciliegie, ma una così non l’aveva ancora assaggiata. C’era qualcosa, nel profondo dei suoi pensieri, che lo tormentava. Improvvisamente, per un qualche motivo, gli era riecheggiata nella mente una frase dello zio Tom di qualche anno prima: “Comunque, lì in mezzo c’erano anche un paio di alberi di visciole.”
“Mamma, mamma, mamma!” aveva risuonato la voce di Luke nel grande giardino della proprietà. Lui correva mentre Flo gli sfrecciava davanti a zig zag e abbaiava senza sosta con un suono grave. Attorno a loro, una calda giornata d’estate avvolgeva con la sua luminosità tutto ciò che li circondava.
Di corsa, attraversando il corridoio d’ingresso, aveva gridato: “Mamma, mi puoi dire per favore cos'è questo?”. Tutto eccitato, si era fermato e aveva preso un profondo respiro. Con un paio di frutti rossi in mano, aveva indirizzato ancora una volta la stessa domanda a una casa completamente vuota. Si era precipitato di corsa in cucina e aveva trovato anche quella deserta. Flo si era affrettata giù per le scale per controllare il piano, ma presto si erano resi conto che in casa non c’era nessuno. Gli venne in mente: il frigorifero. Ma lì, c’erano solo vecchi messaggi: con un gesto li prese tutti e li buttò nel cestino della
spazzatura. “Dove sono tutti?” aveva chiesto a Flo, ma lei stava lì a guardarlo con la testa piegata di lato, domandandosi probabilmente la stessa cosa.
Era uscito di casa, ma non sapeva bene dove andare. Sarebbero dovuti essere tutti lì, tranne il padre, nel caso avesse avuto qualche lavoro da fare nei campi. Quel giorno era ufficiosamente il primo giorno della stagione dei bagni nei canali, ma raramente succedeva che la gente ci andasse davvero in quei primi giorni, di solito aspettavano che facesse più caldo. Secondo una storia ben nota, in quei primissimi giorni d’estate (quel famoso anno aveva fatto molto caldo già dalla fine di maggio), un tipo che non riusciva più a sopportare l’afa si era tuffato nel canale al ritorno dai campi. Dopo due giorni i paesani avevano trovato il suo trattore, abbandonato con la portiera spalancata lungo la sponda del canale e, qualche tempo dopo, i pescatori avevano disincagliato il suo cadavere, incastrato tra le frasche. Il suo cuore si era fermato nell’attimo in cui aveva sfiorato l’acqua che l’aveva poi trasportato giù fino al lago. Da allora, in suo onore, quello era stato proclamato il primo giorno ufficiale per il bagno, anche se Luke non aveva mai visto nessuno entrare in acqua in quel periodo dell’anno.
La scuola era finita, quindi non riusciva a immaginare dove potessero essere suo fratello e sua sorella. Aveva sempre bighellonato per le strade di un mondo tutto suo, ma era anche costantemente consapevole della loro presenza in casa o nella proprietà. Si aggiravano sempre lì da qualche parte, da soli o in compagnia delle loro amiche o dei loro amici. La mamma, se non era in paese nel suo studio di sarta, era perennemente indaffarata in casa, mentre il tempo libero amava passarlo in mezzo ai fiori, nel suo piccolo giardino. Improvvisamente Luke si era sentito a disagio, confuso, come se il vuoto della grande proprietà gli si fosse tutto d’un colpo addossato sulle spalle.
“Flo, non ho idea di dove siano spariti tutti” aveva detto guardando in lontananza, cercando una qualche forma umana. Il cane aveva guaito dal profondo della gola e si era seduto accanto a lui.
Avevano aspettato un po’ di tempo nel giardino. Luke aveva provato a giocare un po’ con Flo lanciandole un bastoncino e la sua palla di stoffa, ma non era durato molto, entrambi erano preoccupati perché non c’era nessuno. Nel laboratorio di papà aveva gettato un veloce sguardo alla sua spada di legno preferita e aveva provato a immaginare cosa vi si potesse aggiungere, perché la perfezione richiede sempre un po’ di lavoro in più, e poi ancora un tocco, e così senza fine. Non aveva smesso di voltarsi e di lanciare delle occhiate in direzione del cancello e di ascoltare se qualcuno arrivasse da lontano. Poi si era spazientito, erano già passate diverse ore e non c’era traccia di anima viva. Non era il caso di controllare in una delle proprietà dei vicini, stava già cominciando a imbrunire e una delle principali regole di tutte le famiglie nei dintorni era che i bambini non potevano andare da nessuna parte da soli al buio.
La notte si stava avvicinando, si estendeva dagli angoli togliendo piano la luce dal cielo e Luke era rientrato in casa con Flo. Era affamato e si era mangiato un po’ di pane e prosciutto, mentre Flo aveva ricevuto gli avanzi della cena del giorno prima. Quindi aveva innaffiato la cena con un bicchiere di latte freddo e si era messo a leggere la rivista di papà sul pavimento del soggiorno, lì dove l’aveva trovata. Flo si era accucciata accanto a lui e, ad un certo punto, Luke aveva coperto entrambi con una coperta e così si erano addormentati
profondamente. Il sonno era sottile, inquieto, lui si agitava e si svegliava. All’improvviso era balzato in piedi perché aveva creduto di sentire qualcosa. Flo si era limitata a guardarlo con calma come per dire “tranquillo, piccolo, ci sono io di guardia”, lui l’aveva accarezzata sulla testa e sulle orecchie, si era trasferito sul divano addormentandosi di nuovo mentre lei si era appallottolata ai suoi piedi per fargli compagnia nel sonno.
Aveva sognato di stare in piedi sulla riva del canale, ma non sapeva come ci fosse arrivato. Stava semplicemente lì in piedi e osservava la luce di un mattino un po’ nebbioso. La superficie dell’acqua era perfettamente calma, come uno specchio scuro, rifletteva la sua ombra e lì aveva notato qualcosa vicino ai suoi piedi. Piano, come se il tempo scorresse qualche attimo più lento, aveva guardato vicino a sé e sul fondo aveva scorto il cestino di vimini pieno di visciole. Erano rosse, scure, come se fossero sul punto di esplodere da un momento all'altro e rilasciare il loro sangue nell’acqua del canale. Aveva alzato il cestino prendendolo per i manici che, anziché di vimini, gli erano sembrati intrecciati con i capelli scuri di qualcuno. Nella cesta c’erano così tante visciole che avevano cominciato a cadere dalla cima del mucchio mentre lui la sollevava: rotolavano una a una e cadevano con un tonfo sulla superficie dell’acqua. Anche se aveva desiderato così tanto provare quelle succose visciole, che sicuramente sarebbero state tra le cose più buone che avesse mai assaggiato, Luke aveva sentito con stupore un’enorme paura impossessarsi di lui. Aveva voltato bruscamente la cesta e l’acqua torbida aveva inghiottito ogni visciola che toccava la sua superficie facendole sparire nelle profondità.
Tutto aveva cominciato a biancheggiare, il chiaro del mattino cacciava via la nebbia e si trasformava in biancore. C’era tanta luce da non riuscire più a tenere gli occhi aperti, così con dolore, li aveva chiusi di colpo e aveva sentito Flo abbaiare in lontananza. Pericolo, aveva pensato. Da qualche parte c’è un’emergenza. Flo era la migliore guardia che avesse mai incontrato e quando lei diceva che c’era un pericolo, allora era meglio reagire! Aveva aperto gli occhi e l’aveva vista sollevata sulle zampe posteriori mentre dalla finestra del soggiorno guardava l’ingresso del giardino e il cancello. Tutta la stanza era illuminata da una forte luce bianca come se, nel bagliore delle lampade che avevano sostituito il sole, fosse sorto un qualche mattino artificiale. Era saltato in piedi e in quell’istante qualcuno aveva infilato rumorosamente la chiave nella porta ed era piombato dentro. Papà stava nel corridoio all’ingresso della casa, aveva un aspetto cupo e i vestiti da lavoro sporchi, come se fosse appena rientrato dai campi. Il suo viso era bagnato e gli occhi rossi.
“Luke, figliolo, stai bene? Siamo venuti a prenderti, sono tutti già da un pezzo in ospedale…” un singhiozzo gli aveva impedito di finire la frase e si era sforzato di trattenersi.
Luke aveva guardato confuso il padre “Non c’era nessuno tutto il pomeriggio, dove siete stati? Chi è in ospedale?”
“Tua sorella” e qui si era interrotto. Ritrovata un po’ di calma grazie al respiro, aveva continuato: “È andata al canale. Non c’è più, Luke. Credo che non ci sia più.” Mentre gli diceva questo, Luke aveva visto per la prima volta suo padre crollare davanti ai suoi occhi. Flo aveva abbaiato e si era avvicinata mentre lui piangeva. Non aveva mai visto suo padre piangere, non aveva nemmeno immaginato come potesse essere.
Un amico del padre li aveva condotti all’ospedale. Luke avrebbe voluto portare anche Flo, ma in ogni caso non le avrebbero mai permesso di entrare, così era rimasta a casa. Le aveva versato un po’ di acqua nella bacinella prima di uscire. Mentre sfrecciavano per le strade sterrate sprofondate nella notte, il silenzio in macchina era assordante e minacciava di strozzarli tutti, lasciandoli mezzi morti da qualche parte sul ciglio della strada. Si sentiva solo il ronzare del motore e qualche tentativo del padre di soffocare i singhiozzi dentro di sé.
L’amico l’aveva salvato dal silenzio denso e inquietante raccontando a Luke quello che era successo: sua sorella era andata al canale con alcuni amici e amiche. Volevano rompere la maledizione e aprire la stagione balneare, così aveva spiegato una sua amica tra i singhiozzi. Avevano fatto il bagno e andava tutto bene, finché nessuno era più riuscito a vedere sua sorella. Avevano gridato e l’avevano cercata. Per un attimo un amico aveva visto delle bollicine sulla superficie dell’acqua, al centro del canale, e ci si era tuffato dentro. Quando l’aveva raggiunta, lei stava già galleggiando con il viso sereno, un piede intrappolato nelle alghe subacquee, come se stesse danzando legata per sempre a quell’erba. Un altro amico e un’altra amica si erano tuffati in soccorso e persino loro tre erano a fatica risaliti dal fondale. La respirazione artificiale non aveva fatto effetto e così uno di loro si era precipitato in bici a chiedere aiuto. L’avevano portata in ospedale, ma lì non c’era stato modo di salvarla.
I freddi corridoi dell’ospedale pieni di piastrelle e muri bianchi erano fin troppo tranquilli. Attraverso di loro passava uno strano silenzio, interrotto a tratti dai passi delle suole di legno. Luke guardava il pavimento ricoperto di piastrelle verde chiaro. Sua madre era seduta accanto a lui, suo fratello dormiva sulla sedia tenendo la testa appoggiata nel suo grembo e il padre stava di fronte a loro e non riusciva a guardarli. A tratti faceva scivolare lo sguardo sul figlio, il cui viso addormentato e almeno momentaneamente sereno, lo calmava. Aspettavano che il corpo di sua sorella venisse trasferito, così aveva sentito dire Luke quando erano arrivati i dottori a parlare.
Un medico, che sembrava venuto da chissà quali sotterranei, con un viso pallido e gli occhi sgranati sotto al cappellino verde di nylon, aveva detto di aspettare ancora un po’ e che tutto sarebbe stato presto pronto. Luke si era chiesto cosa sarebbe stato pronto. Il viso del dottore sembrava suggerire che lui una frase di quel genere l’avesse pronunciata già innumerevoli volte. Come quando per la millesima volta, si sente il prete dire la parola amen o qualche preghiera e non si può fare a meno di domandarsi se veramente lui ci crede nelle parole che pronuncia mentre queste escono dalla sua bocca così pallide, deboli, frettolose e logore.
Il vortice era troppo veloce. Ogni cosa era accaduta in maniera così spontanea e organizzata, come se tutte quelle persone fossero quotidianamente coinvolte nella morte attorno a loro e sapessero con esattezza cosa fare. Alcuni impiegati delle pompe funebri stavano già attendendo nella sala d’accettazione dell’ospedale, anche se nessuno li aveva ancora avvisati. A Luke erano sembrati degli avvoltoi di un qualche cartone animato ma non era stato in grado di ricordare quale. Gli amici di sua sorella se n'erano andati a casa, sconvolti erano spariti uno a uno dalla luce dell’ospedale, lontano, verso la notte. Mamma e papà non erano ancora andati a riconoscere il corpo di sua sorella e a confermare ai dottori che si trattasse proprio di lei. Tutto attorno a loro si era svolto in maniera così repentina, eppure, ancora nessuno aveva confermato che in effetti lì c’era sua sorella.
All’improvviso Luke aveva tastato delle sfere nella tasca e inconsciamente le aveva fatte roteare tra le dita, lo sguardo incantato sulla crepa nel pavimento accanto ai suoi piedi. “Comunque, lì in mezzo c’erano anche un paio di alberi di visciole”, gli era passato di nuovo per la testa. Aveva guardato sua madre, persa in un qualche vuoto: “Mamma per favore, sapresti dirmi che cos’è questo?” e aveva tirato fuori dalla tasca una sfera rosso scuro per offrirgliela.
Senza pensarci lei aveva accettato il frutto offerto da Luke, mettendolo in bocca. L’aveva morso socchiudendo lentamente gli occhi e con la voce rotta dal pianto aveva detto piano “Figliolo questa è una visciola, dove hai trovato delle visciole?”.
“Ne abbiamo un albero dietro il pollaio. L’ho piantato un paio di anni fa e di nascosto mi sono preso cura di lui. Era morto ma ora è rinato”. Mentre le diceva questo, aveva notato il viso della madre stringersi di dolore alle parole “morto” e “rinato” e così aveva aggiunto in fretta “Pensavo fosse un ciliegio, oggi l’ho assaggiato per la prima volta e non mi è sembrato per niente una ciliegia.”
“L’hai sentito?” aveva chiesto la madre al padre, alzando lo sguardo verso di lui. “Dietro al pollaio abbiamo un visciolo che ha dato i suoi primi frutti”.
Il padre aveva alzato la testa, guardando prima lei, poi Luke e, infine, il viso tranquillo e assonnato del fratello: “Ne hai una anche per me?” aveva chiesto e una lacrima gli era scesa lungo la guancia.