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Maria Gaia Belli

Published in edition #2 2019-2023

Lampi

Written in IT by Sara Micello

In una raccolta di saggi dal titolo Lo zen nell’arte della scrittura, Ray Bradbury scrive che dai ventiquattro ai trentasei anni trascorse il tempo a buttare giù liste di nomi. La lista diceva più o meno così:

IL LAGO. LA NOTTE. I GRILLI. IL BURRONE. LA SOFFITTA. IL PIANTERRENO. LA BOTOLA. IL BAMBINO. LA FOLLA. IL TRENO NOTTURNO. LA SIRENA DELLE NEBBIE. LA FALCE. IL CARNEVALE. LA GIOSTRA. IL NANO. IL LABIRINTO DI SPECCHI. LO SCHELETRO.

Ultimamente mi è successa una cosa simile.

Ho vissuto in una famiglia che mi ha dato una buona educazione e un buon modo di stare al mondo ma ultimamente penso con insistenza ad alcune cose. Molte sono rimaste e mi spaventano ancora allo stesso modo.

Tra queste c’è un incidente, una maschera di Zorro, gli animali imbalsamati nei barattoli sulle mensole della mia scuola, una sparatoria, la finta morte di mia sorella, la porta della nostra vecchia casa e potrei continuare. Sono lampi che tornano nella me di adesso e mi scaraventano in una stanza segreta. A volte in questa stanza ci resto parecchio, altre volte mi chiedo perché dovrei e mi fermo. Ma quello che mi affascina è il mistero che queste scene si portano dietro. Per certi versi sarebbe meglio lasciarle così, ma per altri la voglia di avvicinarsi alla fiamma è così incontrollabile che non importa sapere che mi brucerò. Perché succederà, eccome. Il punto è proprio questo.

In un passo della sua raccolta, Bradbury scrive: «Liste del genere, dragate dal fondo del tuo cervello, possono aiutarti bene a scoprire te stesso».

Nessuno ha mai detto che sia facile e – intendiamoci – rischiamo di provocarci delle grosse bruciature.

Bradbury racconta di un burrone, vicino alla casa in cui viveva da piccolo: «E poi volevo ricordare com’era il burrone, specialmente nelle notti in cui tornavamo a casa tardi, […] e mio fratello Skip correva avanti e si nascondeva dietro il ponte sul burrone, […] e saltava fuori e mi afferrava, gridando, e io correvo e cadevo e correvo ancora, gridando cose incomprensibili fino a casa».

Non conosco quel burrone, ma conosco l’istinto di “correre e cadere e correre ancora” e quell’istinto vibra. Sono pronta a scommettere che vibri per ognuno di noi.

«Correvo, salivo. Ma sempre, non potevo farci niente, all’ultimo momento sbattevo gli occhi e fissavo l’orribile oscurità. Ed era sempre là».

Il punto è disseppellire, scavare come primitivi nel nostro passato. Se siamo disposti a farlo, se riusciamo davvero a guardare queste cose dritte negli occhi, non possiamo immaginare le mine innescate che ci aspettano.


*


La casa di zio e zia era in paese. Faceva parte di uno di quei complessi a schiera, dove le case sono tutte uguali e attaccate l’una all’altra. La zona era nei pressi del campo sportivo, dal lato destro il paese finiva e il retro delle case si spandeva fino all’aperta campagna. Qui c’erano un sacco di erbacce e rami arsi che si spezzavano come cracker. A volte le scarpe, calpestandoli, alzavano una polvere marroncina. Nessuno si era mai preso la briga di dare una ripulita e non era un granché da guardare. Più lontano, c’erano dei copertoni abbandonati che ogni estate il sole tagliava in superficie. Al di qua si vedeva la casa di zio e zia, in una stradina in cui le macchine facevano fatica a entrare, sembrava sempre che dovessero restarci incastrate. A volte la stradina era tutta occupata e dovevamo per forza cercare un altro posto.

Le case in quella zona non erano molto grandi ma erano fatte discretamente, se non altro avevano muri spessi ed era difficile sentire rumore. C’era parecchio silenzio, se non fosse che di là dalla strada correvano i binari della stazione.

Per certi versi, non capisco come facessero zio e zia a vivere lì, con quel cambiamento sempre in agguato. Il treno passava all’alba e certe volte anche a notte fonda, erano i momenti in cui si sentiva di più. Forse perché c’era tanto silenzio e lui arrivava come una botta. Me lo immaginavo bello grosso, con un grande rumore di ferraglia. Non era di quelli moderni, la ferrovia del paese collegava stazioni vicine e spesso i treni cadevano a pezzi. La gente lo prendeva se non c’era altro modo, oppure i ragazzi d’estate lo riempivano per andare giù al mare. Zio e zia conoscevano gli orari del passaggio a livello quando si abbassava, e ogni volta che passava il treno, sembrava venisse giù la casa. Il suo arrivo rimbombava nelle orecchie e sembrava che il pavimento ribollisse, sembrava che dovesse spaccarsi da sotto i nostri piedi. Quando era vicinissimo e passava accanto casa, le finestre tremavano, era una specie di terremoto. La parte in cui si sentiva per primo era in camera da letto. Poi si spostava in bagno, pensavo che avrebbe sfondato la parete radendo al suolo il pavimento e il resto. Ogni volta credevo proprio di sì.

La casa aveva un giardino chiuso su un lato da un muretto a secco. Zio aveva scavato uno spiazzo per farci crescere le piante. Molte erano grasse, invece l’edera si arrampicava sul muretto. Il muretto era basso, al di là correvano le rotaie lunghissime. Erano proprio attaccate a noi, con la ghiaia e le erbacce.

Quando il treno passava era un rito, ogni volta trattenevo il respiro perché ero davvero sicura che non l’avremmo scampata. Invece lui se ne infischiava di noi. Quello che mi affascinava, soprattutto di notte, era pensare alla stazione e a cosa potesse esserci sotto le rotaie. Il treno poteva maciullare qualsiasi cosa e mi affascinava pensare a cosa stesse accadendo là fuori e a come si spostasse il buio. Fuori non c’era nessun riparo e tutte le cose dovevano vedersela con il treno. Ero preoccupata per loro e pensavo a cosa potesse succedere mentre nessuno guardava.


*


D’estate, quando il sole cominciava ad abbassarsi, ce ne stavamo sul marciapiede di fronte, seduti sui gradini arrugginiti di una grande porta ad arco. La porta era di un marrone compatto, sembrava terra, e dal centro fuoriusciva, in rilievo, la testa di un leone. Non sapevamo chi vivesse dietro quella porta, né l’abbiamo mai vista aprirsi. Fino a sera, restavamo su quei gradini arrugginiti. Sotto le mani, la ruggine si attaccava in quadratini neri, così la sfregavamo via, e questa cosa ci faceva sentire importanti.
Tutt’intorno, le porte delle case restavano aperte e nostra madre, seduta al fresco, ci guardava.


*


Era prima di cena e c’era un silenzio estivo, ogni tanto qualche uccello si faceva sentire, forse erano gufi. Non lontano, lungo la statale, passavano poche auto. Io e mia madre aspettavamo mio padre. Lei era seduta su una sdraio sotto il portico. Indossava un vestito a fiori e mangiava un cetriolo. Si è messa in piedi e ha sistemato le sedie attorno al tavolo, cominciava a cucinare. Ha preso delle fettine dal congelatore e ha sciacquato alcune foglie di lattuga. Ogni tanto guardava il cancello. Il cancello della nostra casa è in ferro battuto e dipinto di verde. È troppo alto da scavalcare ed è un cancello automatico azionato dal pulsante di un telecomando. Sappiamo che qualcuno è arrivato guardando i fari che si intravedono dalle maglie.

L’aria era piena di grilli che cantavano, posso ancora sentirli. Più lontano, la campagna era silenziosa. Mia madre ha acceso il televisore. Non diceva una parola e io la seguivo. A volte si sporgeva in fondo al viale e aspettava. Poi tornava e riprendeva a fare le sue cose. Anch’io mi affacciavo e aspettavo.

Non so per quanto siamo andate avanti. Non ci dicevamo niente, e in sottofondo il televisore continuava a parlare. Lei gli dava un’occhiata, sentiva una battuta e poi si voltava. Quella sera il silenzio era vicino, sembrava la fine di qualcosa. Dalle pentole veniva odore di carne rossa e il vapore si disperdeva nell’aperto. Mia madre ha abbassato la fiamma fino a spegnerla e ha guardato il cancello. Io guardavo lei.

È stato allora che l’ho visto. L’ho visto nel prato, nascosto tra i pini, era poco distante. Mia madre continuava a muoversi tra la tavola e le pentole sul fuoco, e forse non se ne accorgeva. Non le dicevo nulla per paura di farle prendere un colpo ma speravo che restasse dov’era e che mio padre tornasse. Non mi muovevo ma lo sentivo intromettersi. Fare rumore per allontanarlo non sarebbe servito a niente. Sapevo che era lì e voleva rovinarla. Non so per quanto l’abbia seguita, poteva essere mezz’ora o meno, o forse di più. Le guardava il vestito e poi i capelli, e tutto quello che le apparteneva. Le voci al televisore continuavano ad andare. I grilli nella campagna erano più insistenti. Il cielo era buio ed era estate ma non si moriva dal caldo. Mia madre guardava il nostro cancello chiuso.

Forse lei non se n’è accorta, ma continuo a pensare che quella sera non fossimo sole. Non so che cosa mi era parso di vedere nel prato, proprio vicino a noi. Quello che vorrei sapere – dal profondo di me stessa – è se anche lei abbia capito, se si sia accorta che non eravamo sole. Per me era senza dubbio a due passi ed era venuto a prenderci. Quella sera ho avuto paura che stesse cercando proprio noi e che non se ne sarebbe andato a mani vuote.

Poi, di colpo, è scomparso. Da qualche parte sarà dovuto arrivare e qualcuno lo avrà mandato. Il fatto è che se avesse voluto, avrebbe potuto restare.

Qualche sera dopo ero con delle amiche e tornavamo da una festa. Ormai era notte e lungo la statale le macchine correvano. Le sentivamo passare e spostare la nostra. Mentre andavamo sulla strada, delle luci lampeggiavano. Qualcuno ci faceva segno di rallentare e allargarci sulla corsia opposta. Per un attimo l’ho visto di nuovo. Abbiamo costeggiato una macchina sventrata. Il cofano era un cartoccio, sembrava una latta di pomodoro vuota e c’erano i vigili e l’ambulanza. Non so se ci fosse gente ferita o del sangue, ma qualcosa mi fa credere di sì. Mentre andavamo piano e guardavamo dentro quella macchina, tra di noi è sceso il silenzio, sembrava la fine di una battaglia. La mia amica al volante ha preso a dire che eravamo state fortunate, «bastava un attimo prima, perché toccasse a noi», ripeteva. Quella notte la strada era davvero buia, e sapevo che di nuovo ci aveva risparmiato.

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